(Non) Lascia(re) il passato a casa sua

Il cognome Moore nel mondo del fumetto sembra essere garanzia di qualità.

Come spesso mi capita, ero alla ricerca di qualcosa da leggere e mi è caduto l’occhio su un volume edito dalla Bao scritto e disegnato da un Moore – che però non si chiama Alan ma Terry e che del noto collega inglese non condivide assolutamente la visione cupa e disperata della vita – con una bella copertina dove tre sguardi differenti ma in un certo senso rassicuranti sembravano restituirmi il mio stesso sorriso speranzoso.

“Motor Girl” è un graphic novel del 2016, pubblicata in Italia due anni dopo e di cui ho ricordi, seppur vaghi, del fatto che mi avesse interessato già al momento dell’uscita. Ci sono opere che sembrano essere destinate ad incontrarci nel momento in cui si è maggiormente predisposti a riceverle e questo volume con la sua solare ed apparentemente spensierata leggerezza appartiene senza dubbio a questa categoria.

“E’ l’inizio della fine” è un incipit che al termine della lettura appare beffardamente anticipatorio di quanto succederà nelle pagine a venire ed anche le prime parole di Mike (“festeggeremo”) rivelano quanto l’immaginario (?) gorilla effettivamente farà; ho sempre amato questi piccoli stratagemmi di sceneggiatura che fanno capire come la costruzione di una storia sia frutto di scelte ragionate e sviluppi di trama che non sono improvvisati ma servono a condurre il lettore esattamente dove lo scrittore vuole ed in questo volume Moore si diverte da subito a suggerirci come, nonostante le apparenze lunghe duecento pagine, questa storia sia a lieto fine.

Salta subito agli occhi uno stile di disegno molto fluido e solo apparentemente semplice che mescola la rappresentazione precisa ed anatomicamente inappuntabile dei personaggi più “reali” con quella vicina alle realizzazioni disneyane delle creazioni illusorie della mente di Samantha. La capacità di Moore di rendere credibili all’interno di una stessa vignetta la presenza di esseri umani disegnati con realismo estremo e di figure immaginarie descritte in modo del tutto verosimile è già di per sé stessa indice di una grandissima qualità artistica dell’autore e se a ciò aggiungiamo il senso e la motivazione profonda per i quali questi due mondi (reale ed immaginario) coincidono, ecco che il risultato ci restituisce chiaro il valore complessivo di questa storia.

I personaggi di Mike, Bik ma anche di Libby, Vic e Larry per certi aspetti, sono tratteggiati con linee curve e rassicuranti proprio come risulta essere il loro carattere e la rappresentazione grafica ce li fa accogliere come figure in un certo modo confortanti a differenza dei “cattivi” del racconto che sono definiti da linee più nette e dure, metaforicamente poco adatte ad un abbraccio consolatorio.

Molto contribuiscono a dare tono, respiro e profondità le chine di tutte le vignette che, anche con un sapiente uso dei contrasti tra bianchi e neri, riescono a definire in modo preciso e pienamente tridimensionale tutti i personaggi andando a completare le descrizioni dei protagonisti dando loro sostanza e concretezza.

L’utilizzo di tavole formate da vignette di varie dimensioni ma sempre tutte con i disegni rigidamente confinati negli spazi ben delimitati di ogni singolo riquadro sono scelta stilistica che conferma ulteriormente una narrazione che vuole essere al tempo stesso sia reale e “normale” che onirica e delirante, definendo tutto l’accaduto allo stesso modo sia che appartenga al mondo dell’immaginario che a quello della concretezza non rappresentando nulla che debordi fuori dai confini delle vignette invadendo lo spazio bianco che avvolge ogni narrazione, lasciando quindi che realtà e sogno restinoequamente confinati nei limiti geometrici delle singole immagini.

E forse ad indicarci che tutto sia semplicemente frutto della fantasia della protagonista ci viene anche suggerito dall’aspetto comunque dolce e mai intimidatorio di tutti i personaggi che Sam incontra, quasi a sussurrarci a livello subliminale che il pericolo non viene da nessuna di queste figure, solo apparentemente malvagie.

Già dalla realizzazione grafica si capisce come Moore lavori con una narrazione che si muove su più piani, sovrapposti e correlati; così alla fine viene immediato capire che Sam viene salvata non solo a livello fisico dall’intervento tempestivo dei medici ma anche e soprattutto a livello psicologico – e forse molto più profondo – proprio dalle sue illusioni mentali, capaci di prendersi cura di lei per tutto il tempo necessario a far sì che la ricostruzione fisica della sua persona sia possibile e vengacompletata.

La compenetrazione dei due livelli narrativi e dei due mondi a cavallo dei quali Samantha vive è talmente intensa e radicata che si fa fatica a comprendere effettivamente quando avvenga, nel mondo reale, il momento in cui la ragazza sta male e viene salvata dall’intervento dell’amica Libby, situazione che può avvenire all’inizio del racconto così come alla fine come appare al lettore forse meno attento; in realtà collocare temporalmente in modo preciso questo avvenimento nulla toglie e nulla aggiunge al senso ed alla dolcezza del racconto poiché l’esistenza immaginata da Sam può essere sia frutto del suo modo consueto di vivere cheprodotto di un sogno indotto dall’emorragia cerebrale ma resta comunque la sua personale maniera di mettere un argine alla piena di dolore che la sua vita precedente le ha causato. Poco importa quando avvenga la catarsi che le permette di ricominciare il suo percorso esclusivamente nel mondo reale poiché ciò che davvero conta è quanto i suoi amici immaginari l’abbiano accudita e protetta da quando è tornata dalla guerra.

Ragionando sulle figure che popolano la mente di Sam sembra emergere come caratteristica comune quella della delicatezza e della comprensione. Così come la loro rappresentazione grafica è fatta di linee morbide e ci riporta a figure molto dolci pur rappresentando animali feroci o “terribili” scagnozzi, allo stesso tempo il loro modo di agire e di rapportarsi a Samantha sono quelli tipici di coloro che incarnano il “buon senso” e come tali si dimostrano essere la concretizzazione di tutti quei pensieri che Sam stessa sa essere quelli giusti per affrontare lo spaesamento che sta attraversando e necessari per riprendere in mano la propria vita; ragionamenti che nonostante non saranno più presenti in lei sotto quella forma nondimeno continueranno ad accompagnarla ed a proteggerla dopo l’operazione che toglie loro “concretezza immaginaria” come ci dimostra la penultima vignetta. Sotto questo punto di vista acquistano ancora più profondità alcune frasi pronunciate da Libby (“E’ ora di tornare a casa”) o da Mike (“Sono io ad aiutare te”) e confermano questa capacità, forte come un soldato ma al tempo stesso dolce come una bambina, che Sam ha di aiutarsi da sola rifugiandosi nel suo mondo immaginario che di lei si prende cura.

Due parole infine sul titolo di questa piccola recensione proprio perché questa frase, detta a Samantha da un soldato prima che lei ritornasse a casa e da me parafrasata, racchiude nella sua semplicità un grande insegnamento.

Lasciare a casa sua, in Iran, tutto il dolore e la sofferenza ma anche tutte le esperienze di crescita che Samantha ha affrontate al fronte sembrerebbe la scelta più logica per non avere per sempre “quello sguardo perduto”; in realtà però saranno proprio le cose che Sam decide di portare con e dentro di sé, senza lasciarle laggiù nel deserto, quelle che le permetteranno di venire a patti con la sua esistenza ed alla fine le salveranno letteralmente la vita. Da questo quindi l’invito a non rinnegare le esperienze che portano ognuno di noi ad essere quello che è ed a non lasciarle indietro, confinate nel limitato tempo e spazio in cui sono state vissute.

Quasi mai è trascurabile ciò che si trova tra due parentesi… (provate adesso a rileggere il titolo…).  

Recensione de Il candido Umberto

 

Motor girl            Terry Moore    edizioni Bao        19,00 euro

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