A Bordo della Stella del Mattino: una storia di vera pirateria

“Salite a bordo, forza. Poche cerimonie, non inciampate sui vostri passi e non incespicate nei vostri pensieri. Non balbettate scuse e ripensamenti, puzzate di latte e gocciolate ancora fra le gambe di vostra madre, ma se siete qui, su questa banchina, non avete alternative”. 

Queste parole ci avrebbe sbraitato Capitan George Merry – o qualunque arruolatore del suo equipaggio – all’ombra della Stella del Mattino, un verbo che si sarebbe mischiato alla puzza di piscio, al tanfo del pesce rancido, alla salsedine ed ai fumi del rum. 

Il nostro pensiero insiste su questa ipotetica incitazione, perché l’opera di Riff Reb’s – tratta dall’omonimo romanzo di Pierre Mac Orlan – ci concede una storia di pirateria non edulcorata, non diluita, non censurata. Una fotografia della vita sotto l’egida della bandiera nera, un vessillo che rappresenta la fine delle speranze non solo per chi viene abbordato, ma anche per chi sceglie di servirlo.


Solo la mancanza di speranza, alternativa ed aspettative imporrebbe – ed imponeva – di scegliere la ventura. Ed è questo il presupposto psicologico da cui muove il racconto. Il Jolly Roger è – infatti – il drappo di disperati, condannati, perseguitati ed affamati. Loro e solo loro sceglierebbero una vita di stenti, insicurezza, morte, superstizione e prevaricazione.

Uomini senza alternative, come il nostro narratore che, ormai vecchio, impugna la penna per alleggerire la coscienza dai crimini e dagli orrori di quella porzione di vita al servizio della Stella del Mattino. 

La storia è un canto a due voci. La principale è cupa e grave, la melodia stridente delle sozzure dell’animo umano: violenza, ubriachezza, avidità, gioco d’azzardo, ira, lussuria, egoismo ed omicidi. 
Esiste però un controcanto tenue, accennato, soave, angelico, udibile solo nel silenzio assoluto della notte; una timida scintilla di umanità che ancora resiste nell’oscurità di queste anime nere. Un malinconico residuo di gentilezza che emerge nel ricordo del bel volto di fanciulla. Una fanciulla idealizzata che ognuno ha conosciuto nella sua giovinezza e che incarna tutte le virtù celestiali. 

Riff Reb’s risulta un maestro perché, con una mirabile opera di ortopedia artistica, riesce a plasmare un romanzo grafico solido, tangibile, credibile. Il suo tratto è personale, ammaliante, complesso, in grado di raggiungere un aureo equilibrio tra accademico dettaglio e superlativa espressività. Il realismo viene preservato nel significato, senza ricorrere al foto-ritratto, in quanto la costante cartoonesca è finalizzata a porre enfasi sul messaggio narrativo. 

Ogni tavola sembra un gomitolo di tendini tesi e muscoli essiccati al sole protesi verso l’esito finale. Sulle navi pirata non c’è gioia, non c’è felicità, non c’è pace. Sali per disperazione e, se non sai cogliere l’occasione giusta per scenderne, ne esci solo morto, appeso alla forca. 

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