Tex: L’ultima Missione – Recensione

Non possedendo più una buona ragione per vivere, meglio scegliersene una che sia ottima per morire. Il nuovo Tex “alla francese” è la malinconica elegia di chi sente vicina la morte, ma ancor più lontana la vita.

Lucky Joe ha condotto un’esistenza scandita dall’amore per la sua Martha. 

Ci piace pensare che abbia riempito i polmoni di aria, per la prima volta, nella notte di luna rossa nella quale liberò la futura sposa ed il fratellino di quest’ultima, Jonah, finiti prigionieri dei Comanche. 

L’ultimo alito di vita del ranger Joe Beauregard, detto Lucky, è stato esalato il giorno in cui Martha si accasciò per terra, abbandonando il regno dei mortali.

Tutto quello che avvenne prima è solo una serie di fortunati eventi che doveva accompagnare Joe tra le braccia dell’amata, nel posto giusto al momento giusto, in una notte di luna rossa, una notte di luna Comanche. Il ranger aveva viaggiato leggero, fino a quel momento: la sua dote era composta da un cilindro portafortuna – unica eredità del padre morto prematuramente -,  un soprannome – Lucky, ricevuto perché unico superstite dell’esplosione di una miniera – ed una stella di latta da Texas Ranger

Fu valore, non fortuna, in quanto l’udito giovane di Joe gli permise di sentire prima di altri il sibilo della fuoriuscita di gas naturale che avrebbe fatto crollare la cava; preso per pazzo, perse il lavoro ma ebbe salva la vita. Lo stigma della fortuna è una maledizione quando sei un uomo in gamba. Sopravvivi a due guerre, difendi a lungo il Texas, cavalchi accanto a Kit Carson e Tex Willer, ma quelli bravi sono loro, tu sei solo quello fortunato. 

Oltre alla perdita del grande amore di Martha, è la malinconia di un uomo “solo fortunato” a non permettere a Joe, pardon Lucky Joe, di trovare una ragione per andare avanti.

Molto di questo non lo leggiamo – in senso stretto -, in quanto il “tempo” concesso al Tex in versione BD è tiranno: cinquanta tavole, né più e né meno. 

Giorgio Giusfredi deve perciò far ricorso ad una raffinata capacità, quella di farci leggere anche oltre la storia. Concedendoci le coordinate umane dei personaggi, tanto universali da garantire al lettore una chiaroveggenza in grado di colmare le lacune del non detto. Bastano perciò due sole tavole per dipingere la biografia del protagonista del “L’Ultima Missione”. 

Avrete sicuramente colto il secondo gesto di baldanzoso coraggio dell’autore: un Tex dove Willer non gode del centro del palcoscenico. 

Non temete, è ampiamente presente, ma ha un ruolo dignitosamente defilato, rispettoso della funzione fraterna di chi deve accompagnare un amico nella cavalcata finale, quella per salvare – nuovamente, come nella notte in cui conobbe Martha – il cognato Jonah dalla banda di El Morado, cui si è unito volontariamente, scegliendo la strada più semplice, quella della malavita. 

Lucky Joe tenterà di costruire un’alternativa per il giovane, perché così avrebbe voluto la compianta Martha, facendone il suo testamento e la sua eredità. 

Quando sorella morte si avvicina, si racconta che ogni uomo ricordi i vecchi adagi giovanili. Il suo personale motto, Joe lo deve ad un mulattiere, conosciuto quando, ancora bambino, lavorava in miniera: “il vecchio si sacrifica e lo fa per il giovane”. Insomma, dare un senso alla morte, quando la vita non ne possiede più uno. 

Una storia che non è innervata di solo amore ma anche di piombo, ça va san dire. Sul punto Giusfredi costruisce un’architettura solida, concedendo a questa rapida epopea umana un sapore epico, con suggestioni cinematografiche da pellicole western. I pards, infatti, hanno cartucce limitate, tempi di ricarica credibili e devono spesso ricorrere all’acuto ingegno o alla strategia militare per uscirne vivi. Basti pensare che Tex colpisce la piuma decorativa di un capo indiano, non per la tracotante clemenza o sfoggio di abilità, ma poiché il suo Winchester “tira in alto”.

Se cinquanta tavole sono poche per la penna, non lo sono per la matita. Il maestro spagnolo Alfonso Font dona ai suoi disegni un orizzonte immenso, grande quanto il formato dell’opera, quello delle bande dessinèe. Il respiro di paesaggi sconfinati, di una ricchezza naturalistica degna di un tratto documentaristico. Il segno sapiente, inoltre, concede ad ogni personaggio la propria età ed i propri sentimenti, accordando uno sconfinato spettro emozionale: dall’abbattimento alla frustrazione, dal dolore all’inquietudine. I colori di Matteo Vattani sublimano gli sforzi di Font, elevando il tenore epico delle rappresentazioni, dando solido corpo all’anima soave del segno. 

C’è l’amore e c’è il piombo, uniti dalla musica: “I would not die in Summer time” di Stephen Foster, del 1851. 

E d’altronde, potendo scegliere, chi deciderebbe di morire d’estate? Forse solo chi ha un motivo per morire e nessuno per vivere. 

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