See you space cowboy

Credo fermamente che tutte le persone nate tra la fine degli anni sessanta ed i primi anni ottanta debbano eterna gratitudine ad MTV per aver dato loro la possibilità di conoscere un numero elevatissimo di capolavori di animazione che, se non fossero stati presentati all’interno del programma Anime night, difficilmente sarebbero stati visti da tanti ragazzi.

E questo storico contenitore di storie animate esordì più di vent’anni fa con uno degli anime più intensi, profondi e coinvolgenti di cui abbia memoria: “Cowboy Bebop”.

In questo periodo il titolo è tornato ad essere sotto la luce dei riflettori grazie all’adattamento come serie con attori umani fatto da Netflix ma, per chi come me aspettava con ansia il martedì sera per vedere le nuove vicende di Spike Spiegel, Faye Valentine e Jet Black, l’unico vero “Cowboy Bebop” rimane quello dei cartoni animati.

Chi segue ogni tanto i miei articoli sa bene che, come critico, ricordo molto da vicino l’Homer Simpson che recensisce ristoranti… tutto quello di cui parlo è quasi un’opera d’arte… In effetti devo ammettere di essere una persona entusiasta di qualunque cosa ma questa volta davvero la parola capolavoro non è sprecata.

La serie è composta da ventisei sessioni – e su questo termine torneremo – ed è uscita nel 1998 in Giappone per poi arrivare l’anno successivo in Italia appunto su MTV; racconta le vicende, ambientate nel 2071, di tre cacciatori di taglie (chiamati cowboy) che girano per la galassia a bordo dell’astronave Bebop.

Come sempre non è mia intenzione raccontare la storia dell’anime ma analizzarne i contenuti evidenziandone il valore artistico e sentimentale dato che ogni volta che rivedo tutte le puntate mi sembrano brillare di una intensissima luce propria; non sarà difficile, per chi lo vuole, trovare la sinossi del cartone mentre a me sta a cuore sottolineare la poesia e l’introspezione che permeano la creazione di Shin’ichiro Watanabe, ideatore e regista della serie.

Già dalla prima puntata Cowboy Bebop si è rivelato un anime particolare, dotato di una venatura poetica profonda di tristezza e malinconia ed imbibito completamente di una sottile rassegnazione che mai però sconfina nell’abulia, o peggio nella disperazione, pur lasciando evidente la vista dell’unico epilogo possibile alla vicenda; in questo trovo una palese somiglianza con un altro capolavoro – questa volta fumettistico – che chi mi conosce sa essere nel mio cuore ovvero Sandman di Neil Gaiman. In entrambi i casi infatti assistiamo al racconto di una storia che palesemente non può che concludersi con la morte del protagonista o forse dovrei dire, in modo sottilmente più corretto, con il raggiungimento dello scopo delle vite dei personaggi principali.

L’ambientazione dell’anime è quella di un futuro un po’ cupo, debitore come visione di quello caro a molti racconti cyberpunk ma con tantissime influenze che vanno da Alien a Blade Runner; il collegamento poi con il mondo dei western è dichiarato già dal titolo e così appaiono di conseguenza evidenti i richiami alla saga di Star Wars. L’argomento trattato ci rimanda anche ai romanzi noir del secolo scorso e proprio la sua caratteristica di vivere per una sola stagione, concludendo la narrazione senza lasciare trama sospesa, mi fa sempre pensare a questo anime come ad un romanzo (grafico) che sarebbe potuto tranquillamente essere scritto da Chandler o Spillane.

E molte sono le fonti di ispirazione, o forse meglio sarebbe definirli omaggi, disseminati lungo tutte le ventisei sessioni e legati al mondo cinematografico; mi limito a citare il “francamente me ne infischio” di Jet e le colombe che si alzano in volo alla morte di Julia lasciando a voi il piacere di scoprirne tante altre.

L’equipaggio del Bebop, composto principalmente dai tre personaggi principali ma ai quali si aggiungono in un secondo tempo le figure del cane Ein e di Radical Edward, può ricordare, soprattutto nelle tematiche dei rapporti interpersonali, un altro capolavoro giapponese che è quel Lupin III cui credo quasi tutti gli anime successivi debbano qualcosa… In questo caso non è difficile ritrovare un po’ di Lupin in Spike, di Fujiko in Faye e di Jigen in Jet; lo stesso Goemon con la sua austerità, il suo coraggio ed il suo senso dell’onore si può ritrovare di volta in volta in ognuno dei tre protagonisti.

Gli episodi – sessioni – scorrono veloci ed avvincenti, permettendo di avere una visione precisa di ciò che accade e dell’intorno in cui tutto avviene; al tempo stesso però, nonostante l’assenza di pause nella narrazione, è facile lasciarsi conquistare dagli spunti di approfondimento psicologico e di analisi esistenziale che sono abbondantemente seminati in ogni sviluppo della trama senza risultare assolutamente eccessivi od ingiustificati e soprattutto senza rallentare il ritmo della storia. Pur volendo gustarsi esclusivamente il procedere delle avventure di Spike e degli altri è quasi impossibile non ritrovarsi invischiati in pensieri più profondamente universali ed in valutazioni squisitamente personali assistendo al tragitto che i cowboy compiono per giungere alla fine della loro avventura. Si potrebbe quasi dire che proprio questo percorso, che è inevitabilmente di crescita personale anche se assolutamente non indolore, sia il motivo più importante del loro viaggiare proprio perchè già dalla prima puntata appare chiara la fine che attende Spike e, metaforicamente, anche i suoi compagni. Le parole della ragazza nella prima puntata (“…noi non andremo su Marte, noi moriremo qui.”) sembrano profezia ed al tempo stesso rivelazione immediata di quello che sarà il messaggio di tutta l’opera… e proprio in questo già da subito bisogna rendersi conto della grandezza di Watanabe che ci nasconde in primo piano la trama ed il senso della sua creazione.

Per tutto lo sviluppo della trama orizzontale trovo che si respiri un senso di rassegnazione e di tristezza che riguarda sia i buoni che i cattivi, dai delinquenti solitari a quelli dell’organizzazione Red Dragon, e che orchestra e dirige qualsiasi azione intraprendano. Ciò nonostante mi sembrano altrettanto presenti un certo qual orgoglio ed una tensione di rivalsa, anche questi in tutti i personaggi che agiscono comunque fieramente decisi a dare il meglio di sé pur muovendosi su binari già fissati e quasi impossibili da cambiare.

Le vite e le azioni di Spike, Julia e Vicious si concludono nella sessione ventisei terminando però esattamente come avrebbero dovuto fare anni prima durante il loro ultimo incontro da membri del Red Dragon, ovvero con la morte di tutti e tre (ed ecco che il finale della prima puntata ritorna prepotentemente alla ribalta come simbolico rimando); mi viene quasi da chiedere se sia questo il senso di tutta la serie e se così fosse ben poco di positivo ne uscirebbe… 

In realtà quello che da subito mi ha colpito e mi è sembrato permeare tutto il racconto è l’importanza dell’amore e della sua ricerca ad ogni costo.

Detto così può sembrare davvero un controsenso avendo parlato di rassegnazione e tristezza come argomenti di fondo di tutta la storia ma a ben guardare, tra le tante morali che si possono trarre dalla visione della serie, quella che l’amore sia l’unica cosa che conti nella vita – e che quindi la sua ricerca sia missione principale ed inevitabile di tutta l’esistenza – è la prima che salta agli occhi con forza già da quella prima sessione di cui ho parlato precedentemente e che vede l’amore di una donna per il suo compagno spingerla a condividere con lui i propri percorsi fino alla fine, per tragica che sia… Spike stesso, andando a cercare Julia e la conseguente ed inevitabile morte di entrambi, dice di voler recuperare, ritrovando la ragazza amata, “quella parte di me sempre cercata” e già nella prima puntata afferma “di nuovo… sono già morto per colpa di una donna” o meglio per colpa dell’amore per lei.

La grafica delle animazioni si dimostra perfettamente adeguata al livello, altissimo, dell’opera tutta; semplice e pulita riesce a rappresentare i personaggi con tratti molto occidentali e linee essenziali che definiscono gli oggetti con precisione e dovizia di particolari, ispirandosi anche in questo alle opere del maestro Monkey Punch senza mai arrivare però ad estremi caricaturali; per quanto riguarda l’ambientazione spaziale ed il disegno dei mezzi di trasporto forte è l’influenza cinematografica che vede le astronavi come rivisitazione dei vascelli per marinai dove più importante è la funzionalità rispetto alla bellezza od alla pulizia… quindi mi pare di rivedere più la Nostromo di Alienche l’Enterprise del capitano Kirk e ritengo che la cosa ben si adatti all’atmosfera dell’anime.

Anche i colori hanno un aspetto importante nello sviluppo della storia; al grigio dominante in tutte le scene legate ai ricordi passati od ai momenti più intensi dal punto di vista emozionale si contrappongono comunque dei particolari luminosi, come ad esempio la camicia gialla di Spike o la rosa rossa che cade nella pozzanghera, in modo da ricordare che c’è sempre un bagliore cui aggrapparsi e che rischiara il cammino. E mi pare anche che la luce o meglio una scelta cromatica e di luminosità maggiore accompagni sempre i personaggi più innocenti come Edward ed il cane Ein, figure che conducono un’esistenza meno gravata dalle conseguenze delle scelte fatte e quindi in un certo qual modo meno scure degli altri personaggi. 

Non posso infine non parlare di quella che è forse una delle più belle colonne sonore di anime ed al contempo punto di forza importantissimo di “Cowboy Bebop” ossia la componente musicale.

Composto dalla musicista Yoko Kanno, cui è anche ispirato il personaggio di Edward, il tema musicale si è da subito imposto come tema portante dell’opera stessa; già il fatto che gli episodi si chiamino sessioni – ecco, come promesso, che affronto l’argomento – ci dice quanto importante sia la musica jazz in questo ambito. Infatti sessione è chiamato anche un brano che riunisce più artisti intenti ad improvvisare su un tema comune proprio come accade con la narrazione che ci appare composta dalle azioni casuali, ma collegate tra loro, dei singoli protagonisti, intenti a costruire in ogni istante la loro esistenza adattandosi agli imprevisti della vita che a propria volta si plasma anche in conseguenza delle loro stesse azioni… il tutto come in una musica che acquista significato dall’unione dei singoli motivi dei suonatori.

Il ritmo della vicenda influenza la musica ed al tempo stesso ne è influenzato proprio come in una jam session jazzistica e diventa pressochè impossibile scindere la componente narrativa da quella musicale regalando allo spettatore un’esperienza assoluta e completa di totale partecipazione.

E che la musica stessa sia componente fondamentale dell’anime si capisce oltre che dal nome dell’astronave “Bebop” – che è uno stile jazzistico – anche dal fatto che ogni episodio/sessione ha un titolo associato a singoli successi musicali di ogni genere che vengono rivisti secondo i dettami dello stile jazz e blues dei The Seatbelts, gruppo che realizza appunto la colonna sonora di “Cowboy Bebop”, creato proprio dalla Kanno e nel quale lei stessa suona come tastierista. Per molti proprio l’aspetto musicale dell’anime è stato uno dei motivi fondamentali del suo successo e sono stati ben sette gli album pubblicati dal gruppo contenenti le musiche della serie.

La storia del Bebop e del suo equipaggio ha ormai più di vent’anni sulle spalle ma ancora oggi quando la rivedo ha la capacità di catturami fin dalle prime scene ed al tempo stesso di rivelarmi sempre nuovi particolari o chiavi di lettura diverse che ancora non avevo notate; credo che proprio in questo risieda la sua grandezza ed il motivo per cui non ho esitato a definirla un capolavoro, realmente degna di essere considerata al pari di Sandman, l’Eternauta o Akira e di essere ciclicamente rivista inseguendo, forse inconsciamente, il rischio di assecondarne il messaggio e vivendo il nostro personale spartito sulle note dell’improvvisazione jazz.

“See you cowboy Bebop”…

Recensione de Il candido Umberto

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