L’Immortale Hulk – Fino ad oggi

O di come il termine rinascita calzi a pennello

Nel Maggio del 2018, la Marvel mette in pista l’ennesimo soft-reboot – che in soldoni si traduce in story arc nuovi di pacca, affatto slegati dalla vecchia continuity e numerazione che ricomincia da uno – giusto per dare il solito sprint breve nelle vendite ed attirare pubblico nuovo, nascondendo la vecchia numerazione per non spaventare chi si approccia per la prima volta alla lettura.

Più che un’idea di fondo che stia lì a collegare trame, la Casa delle Idee, mette su una musicasseta e, con i suoi autori, comincia il gioco delle sedie: vengono sparigliati i team creativi e riaccoppiati a tirare le trame di eroi diversi. In questa quadriglia chiamata Fresh Start – di cui magari parleremo più nel dettaglio in un altro articolo – ad Al Ewing, viene dato l’oneroso compito di rilanciare uno dei personaggi più presenti nell’immaginario collettivo ma che allo stesso tempo, fumettisticamente parlando, ha vissuto ben pochi momenti brillanti a livello narrativo: Hulk.

Un pezzo del Fresh Start

Il Golia Verde è oltremodo complesso da gestire, sotto tanti di quei punti di vista da dare il mal di testa al povero sceneggiatore di turno. Non fa parte dei personaggi che agiscono su scala cosmica, non è incentrato sulla risoluzione di problemi legati al mondo della magia e quindi, sulla terra che è il suo campo di gioco, ha ben pochi rivali, essendo stato creato con l’intento di essere il più forte che c’è. Questo è un elemento in forte contraddizione con i canoni Marvel, che tendono a mettere il protagonista in una situazione di perenne svantaggio, sviluppando il plot delle storie attorno alla crescita che gli permetta di risolvere il conflitto. Per di più, Hulk è pure un sociopatico incazzato, il che non gli permette di essere parte centrale di un gruppo, scaricando il peso della sua ingestibilità sui co-protagonisti.  Proprio per queste sue caratteristiche, dalla prima pubblicazione in poi, ha subìto delle costanti e sostanziali trasformazioni, che lo rendevano, di fatto, un personaggio sempre diverso, sia nel modo di parlare, che nel rapportarsi con gli altri, ed addirittura a cambiare la sua struttura fisica.

Il primo a prendere di petto in modo concreto questi limiti è stato, nemmeno a dirlo, John Byrne, che porta lo scontro fra Bruce Banner ed il suo alter ego verde al livello successivo, separandoli fisicamente in due entità distinte (run partita da Incredible Hulk del 1986, a casa mia nella Raccolta Fantastici Quattro edita dalla Star Comics). Hulk è sempre stato il suo peggiore villain, ma da adesso in poi le cose si faranno serie e saranno gettate le basi per quella che sarà ricordata come la gestione più importante della sua storia editoriale, almeno fino ad ora: quella di Peter David.

4500 Lire, per 9 storie. E parliamo di storie di con Byrne, Nocenti, Romita Jr., Peter David, McFarlane… Pensateci e piangete

David sale ancora un altro gradino e mostra come i traumi infantili di Bruce Banner, abbiano frammentato la sua mente in diverse personalità, che grazie all’irradiazione Gamma, riescono a prendere forma reale e tangibile, giustificando tutte le versioni di Hulk apparse prima – alle quali si è aggiunta quella di Joe Fixit, una sorta di gangster abnorme, estremamente intelligente e che riprende la colorazione grigia vista nella prima apparizione dell’Hulk Silver Age – fino al raggiungimento di un equilibrio psicologico che si esprime in un’ulteriore forma fisica e mentale, sintesi delle altre, ovvero il Professor Hulk; mente brillante in un corpo potentissimo, che avrà come nemico definitivo… un altro Hulk, proveniente da un Futuro Imperfetto. Ma questa è un’altra storia…

Da lì in poi saranno pochi gli spiragli di luce per il gigante di giada: tolto il ciclo di Planet Hulk dove viene eliminato parte del problema spendendolo su un pianeta dove non è il più forte di tutti (od almeno non in maniera schiacciante) e la seguente odiata/amata/odiata Wold War Hulk, dove il nostro viene riportato sulla terra in cerca di vendetta, in un tripudio di tamarraggine in stile camicia aperta con catena d’oro sul petto villoso e marmitta pop off su Punto Abarth, sono più le volte in cui viene allontanato il più possibile dalla continuity principale dell’universo 616, o ancora di più quelle in cui si è cercato di sostituirlo, implicitamente od esplicitamente, con personaggi meno esplorati, vedi la cugina She-Hulk, il figlio metà alieno-metà arrabbiato Skaar (e approposito: finito presto nel dimenticatoio è sparito dai radar, nonché depotenziato, se qualcuno trovasse un cucciolo di Hulk è pregato di riportarlo ad Al Ewing) o il sedicente Fichissimo Hulk, Amadeus Cho, ora conosciuto come Brawl. Per non aprire la parentesi Hulk Rossi, o Rhulk, che dir si voglia. Damn.

Questo, almeno fino a quando durante Civil War II, viene ucciso e lasciato riposare per un po’ di tempo.

Ma arriviamo, finalmente, al principio. Al Ewing non è un’ala estrosa ed emotiva come Tom King, non è una punta dalle movenze elefantiache che a dispetto del gioco la butta dentro come Donnie Cates. Ewing ha le chiavi del centrocampo, è un regista che conosce i tempi della partita e che costruisce, con largo anticipo. Il suo Immortale Hulk è ragionato e costruito sulle basi di una continuity che Ewing deve aver studiato maniacalmente per poter applicare una retcon corposa ma perfettamente coerente, che non abbia bisogno di arrampicate sugli specchi come invece succede negli stessi mesi sulla testata di Venom.

Alex Ross firma tutte le cover, giusto per dire

Prima di tutto su Avengers – Senza Tregua, assieme a Mark Waid, riporta in vita l’originale Hulk, Bruce Banner, mettendo subito in chiaro quale sarà il taglio che proseguirà sulla serie regolare del personaggio che cambia intestazione, da Incredibile a Immortale. Atmosfere notturne ed elementi propri dell’horror e dello splatter; in questo modo Ewing riporta il personaggio alle sue origini, al suo stato di mostro e creatura delle tenebre, offrendoci però una chiave più moderna e soprattutto, studiata. Ewing è uno che i suoi personaggi (e le loro storie), li conosce. Invece di tentare un approccio dirompente, ripiega, saggiamente, sulla scuola inglese, con un’impalcatura che venga tirata su senza fretta, tanto che in molti all’inizio dubitavano dell’esistenza di una trama orizzontale, almeno fino a quando le maglie hanno cominciato a stringersi attorno a solide meccaniche. Ewing e Bennett (in grandissimo spolvero, soprattutto nelle scene più impattanti) sembrano davvero divertirsi, reinventando i comprimari classici della testata, in una nuovola di retcon talmente coerente e cosciente che si è arrivati, alla pubblicazione di uno speciale numero 0, uscito questo settembre negli usa, che funge da prequel alla serie e dove vediamo ristampate due vecchie storie di The Incredible Hulk (dell’85 e del ’97), che vengono inserite in una nuova storia- collante, come fossero dei flashback. E tutto riesce a quadrare, follemente. Una dimostrazione di amore e preparazione, appunto, incredibile.

Giusto per ricordare a tutti com’è che si fa una splash page

La rivisitazione di alcuni elementi del passato apre la trama ad un approccio più mistico, esoterico, non negando però la componente scientifica che ha contraddistinto la maggior parte dei personaggi Marvel già dagli anni ’60. Questo nuovo approccio consente ad Ewing di poter osservare il personaggio da un punto di vista opposto e, se il problema poteva essere avere un personaggio indistruttibile difficile da mettere di fronte alla prova dell’ eroe, il britannico opta per premere il piede sull’acceleratore, rendendolo ancora più potente, addirittura immortale. La sensazione che ne viene fuori, è quella di assistere allo sviluppo, in diretta, della creazione di un mito, una di quelle scene che venivano riassunte in un paio di pagine di spiegoni, come ad esempio la storia che ha portato Inumani e Devianti ad essere tali. Ma questa volta vivendola in diretta, con la sensazione di un peso, nel futuro, imponente.

La Porta Verde

Nel citazionismo – spesso sottile – ci sono riflessi di una mappa geografica e fumettistica molto varia: se da un lato lo splatter e le chine d’atmosfera cupe spaziano dai fumetti horror anni ’70 fino al primi numeri di Spawn, l’impostazione mi ha portato alla mente un certo Swamp Thing, così, per dirne uno. E sapete a cosa mi sto riferendo.

In conclusione, non ci sarebbe potuta essere congiunzione astrale migliore per questo nuovo L’Immortale Hulk, promosso a pieni voti. Una serie che già sappiamo, sarà ricordata per molto, molto tempo. Se dovete scegliere una regular da seguire, non abbiate dubbi. È questa.

A volte la narrazione si sovrappone anche visivamente: in questo caso Martin Simmonds affianca il titolare Joe Bennett

P. S.: Avrei voluto essere più specifico, ma diamine, erano già un sacco di battute.

P. P. S.: Una delle citazioni che non avevo colto in prima battuta, me l’ha fatta notare Ryo Flywas; cioè, li dentro ci hanno infilato anche il Devilman di Go Nagai.

Recesound: Scary Little Green Men – Ozzy Osbourne

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