Hill Comics – the Dollhouse Family

Qualche tempo fa siamo stati costretti a dire addio a quel calderone esplosivo di Wicca, Urban Fantasy e Gotico anglosassone che rispondeva al nome di Vertigo Comics. Certo i tempi di Karen Berger erano distanti e forse anche gli umori del pubblico si erano nel mentre raffreddati. Ma qualcosa di non-morto ancora resisteva. 

Per quello, l’arrivo un anno fa della Hill Comics è stato un good omen. Joe Hill non ha certo bisogno di presentazioni e la premessa di strutturare tutta la linea editoriale in archi narrativi autoconclusivi di sei episodi, contornandosi di artisti e sceneggiatori legati a quelle suggestioni che negli anni ’90 avrebbero fatto sussultare il cuore della generazione X sembrava decisamente una strategia molto chiara.  

Ora che tutti gli archi sono conclusi e che le edizioni in volume stanno finalmente arrivando anche nella nostra penisola grazie alla pregiata edizione Panini Comics è il momento di fare qualche considerazione in più.  

La seconda uscita è the Dollhouse Family, del trio Carey, Gross e Locke. La premessa è molto classica, una casa delle bambole vittoriana maledetta rapisce le anime di chi ci gioca. Se adesso state pensando a The Hunting of Bly Manor, libera interpretazione Netflix del capolavoro di Henry James, potreste non essere troppo distanti. Quello che conta è la realizzazione che, in questo volume, è volutamente disturbante.  

La faccenda parte in Inghilterra in pieno Thatcherismo (una premessa che la nostra compagine d’oltreoceano potrebbe far fatica a comprendere in tutte le sue complesse sfaccettature) e segue da vicino la vita dell’ultima erede della famiglia Kent, Alice una bambina che vive con un padre disoccupato e violento. È la chiave della rabbia domestica, come quella di altre storture della vita quotidiana, ad aprire le porte della dollhouse. La casa si presenta come il regalo di una prozia lontana e defunta, ma chiaramente nasconde qualcosa di più profondo e malefico. Carey gestisce la narrazione su più piani temporali, raccontando le vicende di più membri della famiglia narrate da una voce fuori campo che soltanto alla fine comprenderemo a chi appartiene.  in un perfetto meccanismo ad orologeria. 

Ma non fatevi ingannare dal tempo che passa. L’atmosfera viziata e morbosa che circola all’interno della storia è pura Vertigo. I personaggi, spinti da basse pulsioni ed animati in fondo solo dal desiderio di sopravvivere, rappresentano una concezione canonica dei racconti gotici. La declinazione in chiave fantasy urbano però gioca una differenza prepotente. Quando scopriamo che nella casa di bambole esiste una stanza nera che si apre solo una volta per ogni ospite soffochiamo nella curiosità. Chi non ha mai desiderato diventare della taglia giusta per entrare nel castello di Grayskull da bambino? Diavolo, lo farei ancora ora!  Solo che l’entità che alberga la casa è maligna ed inarrestabile. Eppure, crediateci o meno, ancora una volta, la cosa che più terrifica è la cattiveria umana, quella avulsa da corruzione eterea, ma schifosamente, semplicemente umana. E così gli avversari più irriducibili di Alice sono quelli che la vita mette sulla sua strada giorno dopo giorno senza che il Male ci metta lo zampino. Leggetene, ne resterete stupiti. 

Carey condisce tutto con un certo grado di humor puntualmente inglese, strappando più di un sorriso bislacco. Gross e Locke, veterani Vertigo, contribuiscono a creare una armonia tra le anatomie e le architetture che riporta ad un aroma squisitamente gotico. Facce scavate, espressioni emaciate. Case piene di angoli bui e, i bambini. Bambini che anche se innocenti conservano l’impronta della corruzione.  

Pur essendo autoconclusiva la storia lascia spunto ad un possibile seguito inserito nel contesto di un quadro più ampio. Dove l’ombra della guerra che percepiamo è una presenza concreta ed ingombrante. 

Qualcuno ha detto che la Vertigo è morta. Bè, lunga vita alla Hill Comics. 

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