L’Aida di Sergio Gerasi – Una non recensione in Mi minore

E così mi trovo a pensare a Milano. Che dicono sia fatta di nebbia, di pensieri nascosti sotto i cappotti lunghi, di chine da risalire, di passi affrettati. Questo è quanto mi hanno detto.
Avrei voluto scrivere di Martin Scorsese, forse avrei dovuto, mi è venuta in mente Milano.
Racconta Gerasi, parla l’Aida; un puntino nella testa, vorrei passare oltre, forse ho voglia di risolverlo.

Ho negli occhi le luci – esagoni in linea, oro, arancio, verde – descrivono i riflessi di tutto quello che si separa dal grigio, quando cogli il frutto dell’allucinazione, un frutto dell’aria di fuliggine: dicono sia Milano. La prendo per buona. Non sono stato turista, solo passante. Sarà vero quel quadro che dipingono?

Non faccio che pensarla costruita di armoniche ed organetti, note di basso singole, quindi incalzo la mia reticenza e spingo il ricordo della lettura sulle corde che mi appartengono. Milano una città qualunque, fatta di confini e donne inginocchiate nei chiostri, a pregare l’anima dei mariti – oh, non rompete il cazzo, i mariti se ne vanno, dono della statistica – dove l’Aida vive. Od almeno impara.

Per quel che mi è giunto all’orecchio, esistono i giovani d’oggi e, per fortuna, non son quelli di ieri. Costretti ad imparare da un dolore universale, il regalo di chi ha costruito sopra cadaveri la cattedra dell’Avvenire. In loro è il mio credo, sono nostalgico del futuro.
Aida si muove, carezzata da mani assenti, nella città che non ci riguarda. Siamo cresciuti, abbiamo alle spalle l’inquietudine di dover sbagliare per capire come è fatta la sostanza degli argomenti, non abbiamo più così a fuoco la tavola degli elementi delle bestemmie: altri patemi e rancori cui dedicare attenzione.

Aida muove. Sposta e turba; sposta le sue turbe. Aida spara, senza fucile, a sua madre il suo male. Un racconto di rapporti, cosa credete, è roba umana. E’ umano svanire, dietro le pieghe del ruolo e del suo vestito. E’ umano continuare a girare lo spago, per coprire. Sullo sfondo è tutto artificiale. Dicono sia buio presto, dicono a Milano faccia buio pesto, artificiali le luci, artificiali le signore, sostanza evaporata di una generazione annichilita, che ha scordato il suo personale ’68.

Aida torva, l’Aida trova.

Trova la cima della fune, sui tetti di una città che non vuole nome, forse Milano, forse la mia, forse, è sempre stata la tua. Quella dei semafori, a cui sono ferme auto cabriolet, con guidatori dalla testa cabriolet, accompagnati da accompagnatrici cabriolet.
Dove finisce l’artificio: in alto, su quei tetti, in basso, sotto la circonvallazione esterna.

Non esiste niente di più simile al divino che la rabbia di chi vuol cambiare, a mio parere modesto.

Ed Aida vuole. Mangiare vita; di composizioni superiori, ideali: masticare speranze che altri prima hanno sputato, è il suo modo di scrivere le storie che vengono, l’Aida resiste al suo corpo che cede, come in tutte le guerre, che si combattono in molti, battagliando da soli. Per costruire il mondo in cui vivere non è pena, nella forza trovata nei simili, per cui valga la pena.

L’Aida è storia che si compone di immaginazioni vissute e di quelle, strazianti, che avremmo dovuto imparare.

Buona lettura.

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