Dylan Dog 415

Ricordo con nostalgia la collezione di fumetti di Dylan Dog dal mitico numero uno fino al duecentodieci… seppur a malincuore mi sono separato da quei tre scatoloni di passato imballato e tenuto in cantina ma ormai non mi sentivo più in sintonia con l’eroe della mia adolescenza e non ho esitato a fare la felicità di qualche nuovo collezionista.

Dopo più di quindici anni i misteriosi sentieri del destino mi hanno riportato in edicola per confrontarmi con uno dei pilastri di casa Bonelli e non nego di aver provato un brivido di piacere nel sapere che avrei nuovamente avuto a che fare con l’indagatore dell’incubo le cui nuove avventure seguivo semplicemente da lontano osservando gli sviluppi della linea narrativa in modo indiretto.

Il numero 415 sceneggiato da Gabriella Contu e disegnato da Andrea Chella ci presenta una storia un po’ meno ordinaria di Dylan, mostrandoci il nostro investigatore alle prese con un’indagine apparentemente lontana dal mondo dell’incubo ma che si rivelerà invece ben intrisa delle nefandezze e dei mostri cui siamo abituati.

Centro della narrazione sono le vicende di un gruppo di giovani, adolescenti e bambini o poco più, che decidono di chiamarsi fuori dalle convenzioni di una società che non ha fatto nulla per accoglierli ed anzi li ha emarginati respingendo ogni loro tentativo di integrazione e che cercano di sopravvivere in un parco cittadino che diventa la loro isola (che non c’è… oppure de Il signore delle mosche come ricorda l’editoriale introduttivo) privata.

La sceneggiatura della Contu ci accompagna con perizia lungo tutte le pagine del racconto illudendoci di aver facilmente capito cosa si nasconda dietro i delitti e stupendoci alla fine con un colpo di scena tipicamente dylaniano ribaltando il nostro giudizio; al contempo i disegni di Chella ci regalano, con l’uso sapiente dei contrasti cromatici e di linea nette e veloci, tavole evocative e mai banali nella realizzazione confermando Andrea nel numero degli attuali disegnatori di maggior valore.

Ecco, adesso dovrei essere contento di aver riabbracciato un amico che non vedevo da tanto tempo, eppure dopo aver letto – e riletto più volte – l’albo mi rimane un senso di insoddisfazione, come se il mio “quinto senso e mezzo” stesse disperatamente cercando di dirmi qualcosa…

In fondo la storia mi è sembrata assolutamente in linea con quelle che avevo amato agli albori della serie, il soprintendente Bloch ritorna ad essere ispettore in una vignetta, compare un Nokia 3310, io addirittura ci ho visto un richiamo agli avvenimenti del numero ventuno (Giorno maledetto)… ed allora da dove proviene questo senso di delusione? Riesaminando a fondo quanto letto ho dovuto inevitabilmente accettare che a giudizio del candido Umberto del 2021 – e sottolineo che riguarda i pensieri e le sensazioni di una persona che ha superato, ahimè, i cinquant’anni – il modo di affrontare la vicenda risulta essere fastidiosamente puerile, manicheo ed un po’ scontato…

Trovo irritante il pensiero che il bene sia ad uso esclusivo, o quasi, di coloro che rifiutano gli schemi della società e che da essa vengono esiliati e tacciati di essere brutti, sporchi e cattivi mentre in realtà rappresentano il futuro radioso del genere umano mentre i malvagi sono ”i poliziotti che sparano sempre ai bambini”; tale pensiero, dicevo, mi pare ormai un mantra che si adatta solo a quella fase di crescita personale che tutti affrontiamo nell’adolescenza e che sicuramente ho condiviso negli anni ottanta quando Dylan era più che un amico, quasi il fratello che avrei voluto diventare… ma poi sono cresciuto.

Il Dylan che mi ha fatto avvicinare ai suoi fumetti era sicuramente in grado di rappresentare nelle sue avventure quel senso di spaesamento e di inadeguatezza che caratterizza tutti i ragazzini e ne poteva diventare difensore e guida ma quei momenti in cui ci si sente così, nella maggior parte dei casi, passano con il trascorrere dei giorni e con l’acquisizione della capacità di affrontare la vita ed in questo modo forse è anche spiegato il perché del mio addio all’indagatore dell’incubo; il Dylan di Sclavi ci offriva uno spaccato di vita in cui effettivamente all’ingenuità ed all’innocenza della gioventù corrispondono altre virtù umane che spesso si perdono crescendo – mi rimangono indelebili immagini di adulti che hanno smarrito la retta via e si sono trasformati in ciniche creature seppur non prive di una loro dignità e fascino – e descriveva abissi di introspezione che indubbiamente hanno aiutato a diventare uomini migliori tantissimi ragazzini; però ad un certo punto il discorso è stato appreso, metabolizzato e superato… forse davvero come quando si passa ad una scuola superiore non si può più stare nelle classi passate, così crescendo il fascino degli insegnamenti dell’indagatore dell’incubo tende a scemare.

Mi viene un’ultima riflessione: la rappresentazione del malessere adolescenziale è stata da sempre associata anche ad un altro meraviglioso fumetto, ossia gli X Men. Seguendo il filo (logico?) del mio ragionamento anche i figli di Claremont dovrebbero essere adesso una lettura non più consona ai miei gusti ed invece, pur incontrando a volte cicli narrativi meno interessanti di altri, le vicende dei mutanti riescono sempre a strapparmi un sorriso di piacere. Lungi ovviamente dal voler fare una disamina esaustiva dei temi delle testate del mondo X credo però che il mio protratto interesse dipenda dal fatto che tutti i personaggi seguano dei percorsi, più o meno riusciti, di crescita e maturazione e siano in grado anche di affrontare altri tipi di problematiche più articolate permettendomi così di restare legato ai loro albi.

Leggendo queste mie poche righe non vorrei però emergesse il concetto che Dylan Dog sia un fumetto infantile o di poco spessore perché proprio non è questo il mio pensiero; ritengo l’indagatore dell’incubo un meraviglioso personaggio, profondamente umano e capace di dare insegnamenti e consigli essenziali per crescere persone migliori, forse però rimanendo legato ad un aspetto molto generazionale ed inevitabilmente quando cambia “una classe di alunni” gli studenti saranno persone diverse da quelle dell’anno precedente.

Ed è quindi, continuando con l’analogia scolastica, proprio come quando incontri un vecchio compagno delle medie che non vedi più da quarant’anni, che mi sono imbattuto in Dylan Dog… mi ha fatto un piacere immenso vederlo in piena forma e capace di un percorso che ne ha evidenziati valore e capacità, ho gioito nel ricordare tutte le avventure ed i progetti condivisi in gioventù però le reiterate intenzioni di riallacciare i rapporti sono suonate come promesse vuote che, sappiamo, difficilmente manterremo.

Comunque grazie Dylan, resterai sempre nel mio cuore.

Recensione de Il candido Umberto

Dylan Dog 415 “Vendetta in maschera” di Contu e Chella Sergio Bonelli Editore 3,90 euro

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