Il sogno di Vitruvio

(con incursioni di un altro architetto)

Crescere in una famiglia in cui il pater è professore alla facoltà di architettura ti permette di non arrivare del tutto impreparato all’incontro con “Il sogno di Vitruvio”, incantevole graphic novel scritto e disegnato da Michele Petrucci per Saldapress e quindi non posso che essere grato – anche per questo – al ricordo del mio papà.

Il progetto, ottimamente pensato dal Centro Studi Vitruviani ed affidato al fanese Petrucci, si propone di approfondire e promuovere la figura dell’apparitor/architetto/scrittore latino Vitruvio e lo fa talmente bene che addirittura ne esce un volume che va molto oltre la semplice didattica, raccontando invero una storia di maturazione personale fruibile su più livelli.

Avvicinatomi al volume pensando di trovare una descrizione magari più moderna della vita dell’antico e famoso cittadino marchigiano, mi sono invece imbattuto in una storia da subito meno semplice di quel che avrei potuto pensare, fatta di salti tra realtà (quella concreta e quella onirica) e di riflessioni sul senso e sulla direzione che si dovrebbe dare alla propria vita per essere davvero realizzati e, di conseguenza, sereni.

Tutta la storia si incentra sulla ricerca – ormai millenaria – della Basilica di Fano, unica ad essere stata progettata e realizzata da Vitruvio stesso ma ben presto si capisce come tale investigazione sia metafora di un qualcosa di più profondo e personale che riguarda intimamente ogni persona e di quel ruolo fondamentale che ognuno di noi cerca di trovare nel mondo. Non a caso la Basilica non è mai stata trovata con certezza e ci si limita a propendere ora per un’ipotesi ora per un’altra proprio come per il senso della vita che mai si può considerare assolutamente compreso e tantomeno realizzato ma che anzi tende a variare continuamente con il mutare della nostra età e della nostra maturazione.

Il pensiero cardine di Vitruvio si può facilmente riassumere affermando che l’uomo è al centro di tutto e di conseguenza diventa termine di raffronto per ogni cosa; in questo modo i desideri, o forse sarebbe meglio dire le esigenze, di ogni persona divengono centrali nel percorso di sviluppo del singolo e del suo modo di rapportarsi e vedere il mondo stesso. La vita di Livio, il protagonista moderno del graphic novel, urla prepotentemente di non voler essere quella immaginata e desiderata dal padre di lui e tanto si agiterà e rivolterà tempestandolo di mal di testa finché non riuscirà a convincerlo a seguire i propri sogni e non quelli del papà. Solo a questo punto, quando Livio riesce ad accettare la diversità di interessi tra lui e suo padre e non ne fa più una colpa a nessuno dei due, facendo pace con il genitore ma soprattutto con sé stesso, il protagonista si rende conto di essere davvero pilastro fondante del proprio mondo, nel punto esatto dove deve essere, il – ed al – centro di tutte le cose.

“Lo sguardo cerca sempre la bellezza” è la frase che conclude il graphic novel di Petrucci e non è stata utilizzata a caso; credo sia un meraviglioso modo di richiamare un’altra affermazione che molto mi ha colpito durante la lettura del volume, ossia quel “firmitas, utilitas et venustas” pronunciate da Vitruvio durante l’inaugurazione della sua basilica nel sogno di Livio. “Stabilità, utilità e bellezza” – appunto – sono le caratteristiche di ogni costruzione, materiale come una chiesa ma anche spirituale come la coscienza di una persona; non deve oltretutto sfuggire che queste tre parole siano pronunciate mentre avviene un sacrificio rituale: evidente è il sottotesto che ci ricorda come nulla si possa ottenere senza rinunciare a qualcosa, spesso anche ad aspetti piacevoli ed importanti cui non si rinuncia a cuor leggero. Queste pagine sembrano voler ricordare a tutti che nulla si raggiunge senza sacrificare le comodità della vita ma che alla fine in questo modo il nostro sguardo cadrà sempre su una qualche bellezza… ed ecco che l’autore fa chiudere il cerchio aperto con “venustas” proprio con la stessa parola, espressa semplicemente in una lingua più moderna.

Il Petrucci disegnatore si dimostra ancora una volta artista capace ed abile conoscitore della tecnica di strutturare tavole e vignette passando da una narrazione orizzontale ad una che si sviluppa in verticale, il tutto ovviamente seguendo ed adattandosi al ritmo della narrazione; il tratto, deciso e sicuro, definisce con precisione tutto ciò che materialmente descrive, dando corpo e sostanza anche ai sogni ed al passato e diventando solo accennato nei rari momenti in cui il protagonista viene sopraffatto dalle sue emozioni e si chiude in sé stesso, di fatto cancellando il mondo esterno che appunto risulta graficamente solo accennato.

Come spesso mi capita di notare, anche l’aspetto cromatico svolge un ruolo importante nel dare un senso più completo e profondo alla storia ed infatti l’autore si affida a colori molto caldi, con tinte fortemente spostate verso le tonalità più accese dei marroni e degli ocra che ci fanno subito pensare alla concretezza (alla “firmitas” già citata) delle murature, della terra, del sole. Appare evidente il rimando al calore ed alla sicurezza che si ritrovano appunto anche nelle realizzazioni architettoniche auspicate e descritte proprio dal protagonista storico del volume, quel Vitruvio tanto ammirato dal personaggio contemporaneo, Livio.

Ed allo stesso modo vengono evidenziati gli aspetti più algidi o forse semplicemente più razionali delle opere degli altri architetti citati e portati ad esempio nel corso del volume, ossia Leonardo Da Vinci, il Palladio e Le Corbusier. Nelle pagine a loro dedicate i colori diventano effettivamente più freddi – ma non per questo meno intensi e coinvolgenti – ed in tal modo maggiormente riferibili ad un’opera dove la componente più logica e matematica acquista sempre più importanza nel modo di giungere alla creazione.

Notevole infine, nelle tavole dedicate alla descrizione di Fano, la citazione delle “città metafisiche” di De Chirico – anch’egli artista poliedrico a cavallo tra arti figurative e letterarie – che non sembra assolutamente casuale e che si aggiunge alle numerose gemme nascoste tra le vignette delle sessanta pagine realizzate dall’autore; e proprio a proposito delle sorprese che si trovano tra le pagine del fumetto, non posso fare a meno di segnalarvi la delicata presenza del pettirosso che accompagna tutti gli architetti disegnati – forse proprio per il suo significato di rinascita attraverso il sacrificio, tema cardine appunto di questo graphic novel – e che compare già all’inizio del volume quando il ritmo tambureggiante della marcia dei legionari romani tanto mi ha fatto pensare al battito di un cuore che con instancabile coraggio non vuole rinunciare ai propri sogni. Ed è proprio con il cuore che secondo me bisognerebbe leggere questo volume per apprezzarlo ancora più profondamente.

Ci sono libri, fumetti, canzoni che sembrano davvero essere scritti per te… dal primo momento che mi è caduto l’occhio su questo titolo, mi è sorta spontanea la voglia di leggerlo già sapendo che mi avrebbe toccato nel vivo.

Così è stato perché tantissimi sono gli aspetti e le coincidenze che mi rendono semplicissimo immedesimarmi a fondo nella vicenda. Trovare disegnata una farmacia, un supereroe, qualcuno che ha studiato architettura come la “piccola” Allegra, il “mio” adorato Palladio, Le Corbusier (idolo del mio papà)… tutto questo in un unico volume mi è sembrato quasi un segno del cielo e di conseguenza mi ha reso ancora più gradita e gradevole la lettura che pagina dopo pagina si è comunque rivelata, come spero di aver ben spiegato, profonda e ricca di spunti di impegnativa riflessione.

Ecco, credo che proprio oggi sia il giorno giusto per pubblicare queste parole a proposito di un volume che in ogni pagina mi parla con forza soprattutto del mio papà, che non ha mai letto nulla di quanto scrivo ma che mi ha insegnato a metterci dentro il cuore (rieccolo…).

“Buon tutto”, architetti di ogni tempo.

Recensione de Il candido Umberto.

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