Torino-Palermo-Roma: titoli lunghi su Zerocalcare

Siamo soli e Stanislavskij

Di Flamio

Quando uscirà questo articolo a più voci, auspicabilmente, sarà passato lo tsunami di attenzione nei confronti di Strappare lungo i bordi, che – per chi è appena sbarcato da Marte – è la prima serie tv animata di Zerocalcare. E’ nella nostra natura – e direi anche un piccolo vanto – non arrivare mai puntuali sull’argomento, essere fuori tempo massimo, stare in un angolo del bar a bere liquore di genziana (grazie zio, che me ne fornisci sempre) mentre fra i tavoli se le danno di santa ragione. Forse, rispettando il nostro ruolo di orgogliosi outsiders, di questa serie nemmeno ne avremmo dovuto parlare. Ma la coincidenza dell’aver pensato ad una settimana di contenuti dedicati all’animazione era troppo luminescente per far finta di nulla, per tacere sul fenomeno scaturito dal buon Zerocalcare. Considerando poi che l’ecosistema di Industrie Nerd è estremamente variegato e che anche a livello geografico possiamo contare su una dislocazione che va da Torino a Palermo, passando per Roma, abbiamo deciso di provare a dare un ulteriore punto di vista, il più sfaccettato possibile, sulla serie in questione, sperando di poter aggiungere qualcosa di nuovo a quello che è stato già detto. Ed è stato detto di tutto.

Parto io, che gioco in casa. E gioco nel mio stadio non solo perché sono nato e cresciuto nella Roma periferica del quadrante est come Zerocalcare, ma anche perché lui è mio coetaneo, nonché evoluto in un brodo culturale simile al mio. Oltre a piacermi quello che fa, gli voglio bene. Gli voglio bene meno che a un fratello, meno che a un amico, ma gliene voglio, come avrei potuto volerne ad uno di quei tipi che da piccolo ci giocavi al campetto sterrato vicino casa e poi te lo ritrovi in televisione a giocarsi la Champions League. Si fa il tifo per lui, lo si supporta, si desidera che riesca sempre e comunque.Sebbene io non abbia, nemmeno in senso metaforico, mai giocato a pallone con Zerocalcare – gli avrei fatto un culo così, per inciso – provo un moto affettivo per il quale istintivamente, viene da difenderlo. Viene semplice trincerarsi nello scontro generazionale ed identitario, ne parlavamo giusto qualche giorno addietro con gli esimi colleghi industriali nerd. Antonio si chiedeva come mai un qualsiasi tipo di critica mossa nei confronti del fumettista, pur nella totale liceità del gusto proprio, venisse recepita dall’auditorio come un attacco personale allo scrittore e ad i suoi lettori. E la risposta è lì, negli argomenti trattati dalla serie e da tutta l’opera di Zerocalcare, che pur non potendo essere ritenuti universali, sono di un respiro così ampio da consentire il trasferimento emotivo del lettore non nelle sue opere, ma direttamente in Zerocalcare. Non siamo più i compagni di squadra del campetto, ma diventiamo inconsciamente noi, quelli che stanno alzando quella coppa, siamo noi quelli sotto la lente d’ingrandimento con la quale il giornalista sta facendo le pulci, sta sbirciando nelle nostre vite, così come il commento caustico è rivolto direttamente alle nostre facce.

È un processo normale, che si è ripetuto e si ripeterà ogniqualvolta un fenomeno è in grado di catalizzare, chimicamente, le nostre sensazioni. Ma non ascrivo a questo il successo della serie. La sua forza, ma più in generale del mondo, della narrativa e del personaggio di Zerocalcare, la trovo in quel passaggio sociale che è la “carità interpretativa”. Una formula di etica dialettica che prevede il dubbio anche dove il dubbio non c’è, tanto nelle proprie affermazioni quanto in quelle del “contendente”. Essere in grado di lasciare aperto uno spiraglio di revisione anche nelle nostre più solide convinzioni. E Zerocalcare è (od almeno sembra) così: pronto a fare un passo indietro senza rinunciare alle proprie idee, pronto a cercare di capire quale è la spinta dell’altro. E badate bene che questo non implica dover rinunciare all’integralismo, ma soltanto affiancarlo ad un’analisi logica e ad un minimo di capacità empatica.

Questo modo di fare è davvero inclusivo e non nell’accezione generica e propagandistica. Consente l’approccio anche a chi si contrappone più duramente, soprattutto in un periodo storico dove la comunicazione è vittima delle barbarie politiche, sottomessa alle logiche (matematiche) di partito che esigono l’abolizione del dibattito in favore della vomitevole, ributtante e procustea retorica della sopraffazione.

Così mi spiego la quantità e l’ampio spettro del pubblico che ha seguito e gradito Strappare lungo i bordi. Non è più una questione di avere passato esperienze simili all’autore, quella è una bugia che ci raccontiamo amabilmente. Mentre lui viaggiava verso Kobane, noi poggiavamo pigramente le terga sul divano, mentre noi cercavamo di prendere a calci in culo la vita, crescendo figli e bestemmiando a lavoro, lui faceva incontri in giro per lo stivale vendendo uno scatafascio di copie. Non sono gli stessi percorsi. Ma alzando gli occhi alla volta celeste, ci orientiamo tutti seguendo la stella polare dell’insicurezza. Così, leggendo o guardando le sue opere, ci sentiamo sempre stronzi, ma almeno stronzi in compagnia.

Strappare lungo i bordi ovvero Zerocalcare

De il candido Umberto

Come sempre pare mi tocchi sedermi dalla parte del torto e non unirmi al coro di lodi sperticate che ha accolto la serie animata di Zerocalcare da poco uscita su Netflix… o forse no…

In questi giorni pressoché chiunque si è sentito obbligato a dire la sua sull’opera del fumettista romano creando due fazioni ben distinte impegnate a denigrare od esaltare la serie “Strappare lungo i bordi”.

Onestamente devo dire che trovo molte delle critiche mosse a Zero assolutamente inutili e talvolta pretestuose, mirate più ad attaccare – chissà perché – non tanto l’opera in sé quanto il suo creatore, reo forse di portarsi dietro il non poco impegnativo titolo di “ultimo intellettuale”. La parlata romanesca o più semplicemente romana che tanto sembra turbare soprattutto molti miei conterranei personalmente non mi infastidisce in alcun modo ed anzi sembra essere la voce naturale con la quale i personaggi di Zerocalcare hanno sempre parlato nel mio immaginario legato alla lettura dei suoi fumetti.

Ho sempre amato i disegnetti di Michele Rech ed ho letto sempre con estremo piacere, trasporto ed immedesimazione tutti i suoi libri trovando in essi sempre una quantità di valori universali ed estremamente umani che mi rendono naturale riconoscermi perfettamente nei personaggi descritti in tutte le sue opere. I difetti (che sembrano essere quasi infiniti) ed i pregi (apparentemente ben pochi) di ogni figura raccontata nella serie sono davvero tipici di ognuno di noi, sono i demoni con cui quotidianamente tutti lottiamo e sono gli angeli che ogni tanto ci vengono in aiuto e la voce con cui vengono descritti, quella con il tanto vituperato dialetto di Zero, è estremamente umana e consolatoria pur senza essere per nulla assolutoria.

Ad alcuni riesce talvolta sgradito l’impegno dell’autore con i centri sociali, i carcerati e le minoranze in genere; non è un mistero per nessuno quali idee politiche Zerocalcare abbia a cuore, eppure in realtà mai ho avvertito nelle sue creazioni una forzatura od una partigianeria nel modo di narrare le storie dei protagonisti, trovando invece sempre la luminosa e talvolta bruciante lucidità intellettuale di una persona onesta che guarda agli accadimenti del mondo con occhio indipendente e sempre profondamente umano e paziente.

Ritengo che questa serie con tutto il seguito di discussioni ed approfondimenti che si è portata dietro abbia soprattutto il grande merito di aver ulteriormente dato visibilità al lavoro di Zerocalcare ed abbia quindi aumentato notevolmente il numero di persone che possono conoscere e godere delle pagine di pura poesia che si trovano in ognuno dei volumi del fumettista romano.

Ecco, forse proprio in questo risiede il motivo del mio giudizio sulla serie… ho appunto detto che non appartengo al nutrito gruppo di coloro che gridano al miracolo per la produzione di Netflix e mi sono reso conto che non ne faccio parte, pur avendola profondamente apprezzata ed amata, proprio perché per tutta la durata dei sei episodi ho avuto l’impressione di respirare un’aria già nota, di tornare in una città già visitata… Chi è venuto in contatto con Zerocalcare attraverso i suoi libri e lo ha come me follemente amato, divorando tutta la sua produzione, ritrova nella serie animata storie già conosciute dalla carta stampata e difficilmente può ignorare quell’impressione di “già visto” che un po’ ne diminuisce la gioia della fruizione. 

Ovviamente quindi il mio giudizio di parziale – anzi minima – delusione, riguarda esclusivamente questo aspetto legato alla serie televisiva ed assolutamente in alcun modo ricade sul valore della storia trattata ed ancor meno sulla qualità dell’autore e della sua opera in generale… Zerocalcare, pur essendo discretamente meno anziano del sottoscritto, riesce sempre a rappresentare in modo puntuale e preciso quasi tutti gli aspetti della vita non solo della sua generazione ma anche di moltissimi altri, ragazzi ed uomini, più o meno vecchi di lui come età ma certamente sue identiche copie come (im)maturità sentimentale.

Dannazione, neanche questa volta sono riuscito ad esprimere un giudizio negativo su uno di questi sfaccendati che tirano a campare con i fumetti… a mia discolpa bisogna però dire che è davvero impossibile non riconoscere il valore profondo delle storie di questo ragazzo romano che riesce a raccontare la vita di moltissime persone trovandone comunque sempre il lato migliore anche quando sembra che ogni volta siano le tenebre a trionfare e lo fa portando incredibilmente in superficie l’aspetto più meravigliosamente umano di tutti noi.

Viva Zerocalcare e vabbè, ok… viva anche “Strappare lungo i bordi”.

“Non siamo soli, fili d’erba”

Di Mirko Romano

Il brusio incessante, il rumore di tamburi, lo scrosciare senza resa delle onde, il frinire incessante delle cicale, lo stridio del gesso sulla lavagna, lo stomachevole rumore di camionisti giapponesi che succhiano noodles accanto a te, colpi di mortaio. Tutto questo gran bord**** – pardon frastuono – accompagnato da foto sorridenti di Zerocalcare ad intasarti la bacheca, condite di citazioni che scippate dal contesto appaiono insulse, stupide e stereotipate. Oh, manco fosse morto il curatore della politica editoriale dei baci perugina.

Questa reazione del mondo, né inattesa, né inusitata mi (e ci) ha condotto ad una sorta di silenzioso eremitismo. Industriali, piazziamoci sulla colonna, in mezzo al deserto, ed aspettiamo che questo grande circo si zittisca.

Badate bene, mica è snobbismo, è economia. Urlare più forte degli altri richiede uno sforzo immane e sovradimensionato, per poi fare in modo che anche la tua opinione si appiattisca contro lo strapotere del rumore di fondo.

Starete pensando: “Vediamo cos’hanno di tanto interessante ed intelligente da dire questi quattro scemi”. Benissimo, la risposta è: niente. Intanto perché questa è una “non recensione”. Tutto quello che si poteva esprimere, tutti i dati tecnici, tutte le parole che si potevano spendere sono state spese (e cono molta più competenza tecnica, passione ed abnegazione di ciò che noi – con i nostri scarsi strumenti – potevamo fare). Zero doppiatore, Zero illustratore, Zero animatore, Zero presidente, Zero reporter, Zero operaio, Zero massaia, tutto bellissimo. Sembra una linea di Barbie dedicata a Zerocalcare.

Esclusione di responsabilità: non stiamo rosicando. Sembra, ma non stiamo rosicando. Anzi, tutta questa lunga premessa per specificare che questo modo – o questo mondo – non ci appartiene, ma – in questo caso – non ci dispiace. Un successo straripante meritato, che ci induce a rifugiarci per qualche tempo nella caverna – in attesa che “cali la marea” – ma col sorriso sulle labbra. E nel frattempo, nella caverna – che poi è Skype – ci raccontavamo le cose nostre (che in bocca ad un siciliano è una locuzione ambigua). Quindi nulla di intelligente da dirvi, al massimo apriamo come una scatoletta una delle nostre chiacchierate redazionali.

Il motivo per il quale il ciarlare e lo straparlare “generalista” su Zerocalcare e “Strappare lungo i bordi” non mi abbia infastidito me lo sono pure spiegato.

Esclusione di responsabilità n. 2: le parole che seguiranno non sono una patente di lealtà alla dottrina di ‘sto c****. Mi sento e mi sentirei il meno adatto, che – poi – non so neanche quale sia la dottrina, tantomeno la dottrina giusta.

È un po’ il contrario rispetto a quanto successo con il MCU. Ad un certo punto, l’iniziale sentimento lusinghiero di poter condividere opinioni, passioni e mondi con i più, è stato sostituito dall’epifania di non poter condividere nulla. I contenuti che passavano sullo schermo erano una versione riveduta e corretta delle controparti fumettistiche. Che, viva Dio, nulla quaestio sull’adattamento, ma qui siamo di fronte a versioni omogeneizzate, rese edibili ai più. Tutto godibile e niente demonizzazione, guardo i film Marvel con piacere, ma andò alle ortiche il sogno morto in culla di potermi sentire finalmente parte di qualcosa di più grande.

Michele Rech, al contrario, è rimasto fedele alla linea. Per noi che ci siamo stati “dal primo momento”, non c’è stato alcun malevolo sussulto. Le cifre stiliste e contenutistiche del fumettista romano non ne sono uscite snaturate. “Strappare lungo i bordi” è in armoniosa continuità con la sua produzione fumettistica. Nessun lavoro di ortopedia comunicativa, insomma, scegliendo coraggiosamente di arrivare al grande pubblico, ma duro e puro (un plauso anche a Netflix, che sarà un alcova capitalistica, ma – evidentemente – non ha posto paletti).Ma l’elemento salvagente – letteralmente – della lirica zerocalcariana (neologismo da me coniato, credo) è essere rimedio alla solitudine. Aspetto che è – contemporaneamente – universale e generazionale. Universale perché ognuno ha – indipendentemente da età, sesso, religione, orientamento sessuale, condizioni sociali – un “buon” motivo per sentirsi solo. Generazionale perché siamo – quel limbo che gravita tra i trenta ed i quaranta – una generazione di sbandati. Cresciuti a pane ed “andrà tutto bene”. Studia “ed andrà tutto bene”. Diplomati “ed andrà tutto bene”. Laureati “ed andrà tutto bene”. Abilitati “ed andrà tutto bene”. Accetta quel lavoro precario “ed andrà tutto bene”. Fai curriculum “ed andrà tutto bene”. Aspetta a fare un figlio “ed andrà tutto bene”. La crisi passerà “ed andrà tutto bene”.Ora, se tutto non è andato bene, mica è solo colpa degli altri. Però questo oppio di averci cresciuto nella convinzione che tutte le battaglie del mondo fossero combattute ci è stato somministrato da chi ci ha cresciuto. Abbiamo fatto un frontale con la vita drogati, intontiti ed impreparati. Magari avete spacciato questo veleno in buona fede, in ambito familiare, ed in assoluta malafede guardando alle politiche (del lavoro e non solo) ed alla resa dello Stato nell’operare l’ordinaria manutenzione al fu ascensore sociale. Così ci siamo ritrovati con quelle vite fuori sentiero, fatte di bordi strappati male.

In fondo, questa è la poetica di Zerocalcare. Siamo solo fili d’erba, sì. Ma se ti guardi intorno non siamo i soli fili d’erba di questo prato. E di fili d’erba ce ne sono a milioni, attorno ad un fuoco a riscaldarsi di bordi strappati male. Ed un peso se spartito, se portato insieme, si fa più leggero e meno gravoso. Insomma, grazie Michele per questo sicuro rifugio che hai partorito. Di sorrisi, sofferenza e condivisione.

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