Il viaggio

“Il vero scopo di un viaggio non è vedere posti nuovi ma cambiare il proprio sguardo”. Recita più o meno così un vecchio adagio e forse questa convinzione può aiutarci a capire meglio il lavoro di Marco Corona con “Il viaggio” pubblicato per il Progetto Stigma da Eris edizioni.

Il viaggio è un volume di non semplice né immediata comprensione; forse proprio come un viaggio fisico richiede tempo e pazienza per rendere palesi i suoi frutti in termini di arricchimento personale, così questo viaggio artistico ci chiede di lasciarlo sedimentare per poterne apprezzare il messaggio sotteso.

Il titolo già ben si adatta ad una molteplice lettura: possiamo vederci l’indicazione di un percorso di crescita personale, quello di mezzo con il quale si passa dall’età dell’innocenza a quella della maturità, quello di attraversamento di un inferno di difficoltà nel quale è facile entrare ma quasi impossibile uscire, quello di compimento della propria esistenza (il viaggio della vita) ma anche quello più legato al gergo contemporaneo di “trip” ossia viaggio mentale grazie all’uso di sostanze stupefacenti proprio come capita ad alcuni personaggi.

Ci troviamo di fronte ad una storia che si dipana su più piani temporali e sui pensieri e le sensazioni di più protagonisti, perlopiù adolescenti che si affacciano al mondo adulto, intenti a crescere ma circondati dal costante pericolo di ritrovarsi in un inferno dalle molte entrate e nessuna uscita come è costantemente ricordato nelle pagine del volume.

Temi adulti come le droghe, esplicitamente citate, vengono trattati e mostrati come via di liberazione da condizioni di infelicità o, al contrario, come condanna alla dannazione infernale; anche il richiamo alla sessualità, fortemente presente, viene qui vissuto quasi come un mostro in grado di imprigionare gli uomini togliendo loro la capacità di scelta. Indicative in questo senso sono le pagine in cui dalle ombre di una forma inequivocabilmente allusiva emerge la figura di un mostro e di seguito le immagini si trasformino, arrivando a rappresentare quella che è la figura classica dell’inferno dantesco a cono rovesciato. Per inciso, mi ha dato da pensare la sensazione che l’aspetto più infernale del sesso sia legato alla narrazione del piano temporale ottocentesco ed invece quello della droga vista solo come vizio letale sia tipica del racconto contemporaneo quasi a mettere in contrapposizione i due “ingressi agli inferi” nelle due diverse epoche.

Approfondendo l’aspetto legato alla sessualità, la stessa vicenda della scomparsa della sorella di Carlo, il protagonista “fantasma”, può essere vista come metafora della crescita della ragazza che, entrando in un inferno molto fallico, sparisce dal mondo che la accomunava a suo fratello e si ritrova a vivere nel mondo degli adulti ovvero quello che agli occhi di un bambino può davvero sembrare, e forse lo è realmente, un regno demoniaco, considerando anche quali siano gli esempi dati dai loro genitori.

La narrazione procede fluida nonostante lo sviluppo temporale alternato; semplice è seguire la storia che si muove per analogie tra gli avvenimenti accaduti nella villa del torinese tra l’ottocento ed i giorni nostri e ci mette di fronte al processo di apprendimento e di crescita dei ragazzi che hanno vissuto o vanno in cerca di avventure tra le stanze della dimora nobiliare (ora) in sfacelo.

Ho percepito uno sviluppo grafico e narrativo che in molti momenti richiama passaggi tipici dello stile cinematografico con pagine intere che, come singoli fotogrammi, mutano a poco a poco di minimi dettagli per arrivare a nuove interpretazioni di scene identiche ed ho trovato questa tecnica utilizzata sia per le descrizioni degli esterni che per lo sviluppo dei pensieri e delle visioni soggettive, come a voler sottolineare la fluidità di una interpretazione che mai può essere unica ed incrollabile; e sempre ricordando il grande schermo mi viene alla mente un velato omaggio al proiezionista che all’interno di film per famiglie inseriva fotogrammi osceni percepiti solo a livello subliminale…

Dal punto di vista del disegno Corona utilizza una tecnica particolare di rappresentare le scene praticamente a pagina intera o con una scansione temporale data dalla frammentazione della tavola stessa senza creare divisione d’immagine, anche in questo modo dando un’idea di continuità cinematografica. Il colore dominante è assolutamente il nero che definisce e descrive luoghi e personaggi passando da toni più leggeri di grigio ad altri di maggior intensità fino ad arrivare a chine pesantemente nere (come l’inferno verrebbe da dire); si nota anche un sapiente uso dei “retini” usati con perizia per dare profondità e contrasto alle scene che si svolgono in gran parte in assenza di luce. Nei rari passaggi descrittivi ambientati di giorno è invece un bianco totale ed accecante a sostituire nella tonalità ma non nel risultato, né nel concetto che c’è dietro, il nero… ed in questo caso è addirittura dichiarato che la sua luce bianca rende ciechi.

Anche dal punto di vista della rappresentazione dei personaggi l’autore si affida a scelte particolari; vengono infatti raffigurati con tratti leggeri e definenti, lasciandoci intuire molto spesso dal livello di completezza e di spessore cromatico se ci troviamo di fronte a descrizione di momenti reali, di fantasia oppure di ricordi o di spettri. Sembra davvero di guardare un panorama in cui le figure appaiono più o meno avvolte dalla nebbia che ne permette solo una parziale visione come sembra suggerirci anche la palese citazione del dipinto di Caspar David Friedrich “viandante sul mare di nebbia” che è solo uno dei tanti rimandi ad altre forme di arte, pittorica questa volta, come già precedentemente segnalato a proposito del cinema.

Molte immagini ritornano spesso ad indicarci la loro centralità nello sviluppo dell’opera; penso ad esempio alla figura del fallo con la scritta inferno, oppure ai mostri che si affacciano dalle labbra delle vagine od ancora alle siringhe ed alla morfina invocata in moltissime pagine o ai teschi che ci ricordano la caducità dell’esistenza… in particolare però mi è rimasta ben impressa la raffigurazione del male strisciante come una serpe, anche in questo caso alternativamente nera come l’inferno o bianca come la luce abbacinante, e che non può farmi pensare ad altro che al fatto che sempre siamo sotto il dominio di un consigliere biforcuto che cerca di indirizzare il nostro viaggio verso mete che forse per il nostro bene non dovremmo raggiungere.

Credo dunque di dover proprio ammettere che dopo aver concluso la lettura de Il viaggio mi rimane la forte sensazione di non essere riuscito a scalfire altro se non il primo strato di una roccia che ancora molti tesori ha da donare a chi avrà la pazienza di scavare più a lungo e più a fondo, trovando come Dante (il Dante di queste pagine) una cassa di fumetti a fare da chiave per aprire la porta di uscita dall’inferno…

Recensione del candido Umberto

“Il viaggio” di Marco Corona, Eris edizioni 23,00 euro

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