Un’immagine è per sempre

Chiacchierando ieri sera con un amico di un gruppo di appassionati di fumetti, sono rimasto colpito da un’osservazione che ha fatto e che mi ha confermato di non essere l’unico a pensare che moltissimi dei fumetti che rimangono nella nostra memoria, e nel nostro patrimonio personale, lo devono ad una singola frase o singola vignetta che ci colpiscono con la forza di un uragano e ci restano impresse per la vita. Magari possiamo poi dimenticare trama e conclusione di quella storia oppure ci scordiamo addirittura di chi ne sia l’autore o addirittura stravolgiamo il senso di quelle parole o immagini per adattarle al nostro particolare sentire ma quello che è sicuro è che ce le porteremo dentro per sempre.

Ho pensato quindi di rileggere attraverso quelle immagini che mi sono ritrovate dentro, le opere che più mi hanno affascinato – e cresciuto – e che continuano a farlo ad ogni rilettura; quindi, in conclusione, non posso che ringraziare Giuseppe “Peppomics” per non avermi fatto più sentire un folle solitario…

Dalla fine degli anni ottanta per me la parola fumetto è indissolubilmente legata al ciclo di Sandman di Neil Gaiman ed a particolari rappresentazioni visive che si accompagnano ai ricordi di quegli anni.

Le parole e soprattutto la rappresentazione del volto di Death, così simile all’immagine dello yin/yang, hanno sempre suscitato in me un turbine di pensieri sulla morte e di conseguenza sulla vita e sul suo senso. Inutile sottolineare la ricchezza inesauribile di spunti di riflessione del capolavoro di Gaiman ma davvero la sua capacità di aprire orizzonti infiniti di approfondimento con un semplice scambio di battute è magnificamente riassunta in queste due vignette; credo di aver ripensato a queste parole moltissime volte ed in età diverse, trovando sempre nuovi punti di vista e nuove argomentazioni per ipotizzare “cosa avrei scoperto” (sperando di farlo il più tardi possibile, beninteso…).

La figura dell’unico imperatore degli Stati Uniti è una delle mie preferite nel ciclo narrativo di Gaiman, probabilmente proprio grazie a queste poche, lapidarie parole del suo fido assistente Ah How.

Il pensiero che chiunque, anche una persona apparentemente insignificante come Norton, possa avere davvero una scelta è diventato uno dei pilastri fondanti del mio mondo; probabilmente questo è capitato anche grazie alla semplicità con cui in questa vignetta viene sintetizzato un insieme di avvenimenti decisamente più complessi di quello che si potrebbe credere ma che in fondo possono essere riassunti in un’unica parola: vita.

Non è impossibile sfuggire a Disperazione, comunque sia ci può sempre essere una scelta. E’ ovvio agli occhi di chi ricorda il fumetto che non si tratta di una mera “frase fatta” ma di un traguardo ottenuto anche a caro prezzo ed il messaggio di speranza (dopo tutto siamo nei paraggi del regno di Sogno) rimane impresso indelebilmente nella memoria.

Daredevil è uno degli eroi Marvel che più ha a che fare con ambientazioni urbane molto realistiche eppure l’immagine che di lui più ricordo è legata ad un’avventura molto più “filosofica” ossia ad uno scontro con Mefisto sceneggiato da Ann Nocenti nel ciclo di cuore di tenebra. Non mi reputo una persona particolarmente religiosa né tantomeno devota a qualsivoglia divinità ma le parole di Devil mentre si allontana da Mefisto mi sono sempre rimaste nella memoria come monito a non arrendersi mai ed al tempo stesso ad imparare a capire e perdonare ciò che ci viene fatto, inquadrandolo in un’ottica di eventi più grandi di noi. Il lungo e pericoloso viaggio di riconquista di sé portato a termine da Matt Murdock non prevede vendetta ma solo salvezza; il giudizio è affidato a chi sta sopra di noi.

Dell’incredibile Hulk ho sempre avuto una visione un po’ confusa: non riuscivo ad inquadrare bene il senso di tutta quella forza distruttiva apparentemente fine a sé stessa… quando alle redini della testata del gigante verde è arrivato Peter David ho finalmente iniziato a capire meglio il personaggio ed ad affezionarmi alle sue avventure. Risale a questo periodo, quello in cui Hulk non è più un mostro verde senza controllo ma grigio e con una personalità molto più umana e sviluppata, una delle tavole più affascinanti della sua saga; Ground Zero mette di fronte l’alter ego di Bruce Banner al miracolo della vita e dell’amore facendo emergere temi enormi in quanto a profondità e complessità.

Il dilemma su chi possa essere il padre del figlio della donna amata (l’uomo od il mostro) si risolve nella semplicità di una tavola che ci mostra un Hulk che abbraccia protettivo la donna che gli ha appena rivelato di essere incinta, dimostrando con il comportamento che tutte le parole di odio per la sua controparte umana (Banner appunto) ed il desiderio di vendetta nei suoi confronti spariscono di fronte alla consapevolezza di essere in parte anch’esso genitore del bambino.

In poche tavole viene umanizzato e direi quasi redento quello che agli occhi dei più è sempre stato solo un mostro portatore di distruzione e questo mi ha ricordato come sia sempre meglio, oltre che giusto, avere la pazienza e la voglia di immedesimarsi negli altri prima di dare giudizi e prendere decisioni; ecco perché questa immagine del grande Todd McFarlane è quella che mi appare davanti agli occhi quando penso ad Hulk.

A metà degli anni novanta il mondo del fumetto americano più adulto era pubblicato in Italia da Comic Art e grazie a questa casa editrice ho potuto imbattermi in quel capolavoro che risponde al nome di Enigma. La miniserie di Peter Milligan mi ha da subito affascinato per la sua capacità di raccontare la vita della gente comune ed i cambiamenti causati dall’incursione nel proprio mondo di quelli che erano gli eroi (super) della propria infanzia.

Alla fine della storia, che vi consiglio assolutamente di recuperare, la vignetta delle lucertole mi ha lasciato davvero senza parole: al di là del suo senso narrativo mi è stato impossibile non ragionare su come mi reputassi tanto in gamba per avere una conoscenza (oltre tutto assolutamente superficiale) di alcune opere fumettistiche od anche artistiche più in generale mentre in realtà non ero altro che un giovane “nerd” molto brutto – adesso neanche più giovane – che cercava di farsi bello agli occhi del mondo approfondendo la conoscenza di una nicchia culturale neanche troppo apprezzata dagli altri…

Queste parole mi hanno sempre spinto a valutare le mie passioni e soprattutto le mie opinioni per quelle che sono: mie appunto e come tali facilmente errate e comunque bisognose di confronto con gli altri; cosa che in generale è un bene per ogni tipo di idea a meno di non voler restare per tutta la vita solo “tanto brutti da sembrare saggi”.

Ed alla miniserie Enigma è legata anche un’altra immagine che mi porto dentro da più di trent’anni… è una vignetta che ricordo avermi colpito e turbato senza che allora ne comprendessi a pieno il motivo e la profondità.

Credo – temo – che chiunque di voi abbia come me superato i cinquanta possa capirmi bene.

Certamente fa parte del processo di crescita e maturazione delle persone accettare l’inevitabile invecchiamento con tutti i vantaggi ed i doni che porta ma… la verità è che quelle parole lette allora sono esattamente quelle che il mio cervello e soprattutto il mio corpo mi urlano furiosamente ogni maledetto giorno già dal primo momento in cui apro gli occhi e non posso fare a meno di pensare che in qualche modo già il mio spirito di allora sapesse che le cose a cinquant’anni sarebbero state così… ogni volta che risfoglio queste pagine mi vengono i brividi (ma forse è solo a causa della debolezza dell’età…).

Per dovere di cronaca la trama procede in modo ancora più crudo e morboso, per quanto in linea con una possibile estremizzazione del concetto, e mi preme rassicurare chi ha capito a cosa mi riferisco sull’incolumità mia e sulla sacralità dei miei figli…

Ritorno nel mondo Marvel per citare uno dei suoi capisaldi: Chris Claremont.

Da subito i suoi X-Men hanno rappresentato l’aspetto positivo della diversità; uomini nuovi, dotati di poteri smisurati che nonostante la diffidenza con la quale sono accolti dal resto del mondo decidono di dedicarsi al bene di tutti lottando in difesa del genere umano (una sinossi davvero vergognosa di quello che sono i ragazzi del professor Xavier…).

In una delle loro avventure, qui magistralmente disegnata da Arthur Adams, si trovano ad avere a che fare con gli dei asgardiani ed in particolar modo ad essere vittime delle manipolazioni di Loki. In questo contesto si inserisce il gesto di Logan che si immola per aiutare Tempesta a capire di essere vittima degli inganni del dio della menzogna.

Sono vignette intense in cui il sacrificio spontaneo del canadese riassume perfettamente lo spirito di amicizia e di collaborazione verso uno scopo comune e positivo del gruppo di supereroi; è molto difficile non recepire il messaggio comunque di positività che trasmettono queste pagine e che sono indiscussa caratteristica di tutta la produzione che fa capo a Claremont, artista ed uomo da sempre dedito alla cultura della speranza anche in un periodo in cui stavano prendendo il sopravvento i “cultori della disperazione” anche in ambito fumettistico.

A tal proposito invito tutti a recuperare l’intervista fatta da noi proprio all’immenso Chris Claremont sulla pagina di IndustrieNerd; una lunga ed appassionata chiacchierata con un uomo che è stato per molti – per me sicuramente – un vero maestro di vita capace di indicare una via di crescita personale con gli insegnamenti inseriti nelle sue sceneggiature… e c’è ancora chi crede che i fumetti siano degli inutili passatempi.

Non sono mai riuscito ad appassionarmi ai personaggi della DC comics anche per una non facile reperibilità di quelle storie ma ricordo che quando uscì la saga della morte di Superman rimasi profondamente impressionato da questa vignetta; l’Azzurrone è sempre stato, nel mio immaginario, un eroe davvero senza macchia e senza paura ma per certi versi un po’ troppo ingenuo e paradossalmente dotato di scarsa profondità. Giudizio, il mio, ovviamente superficiale e smentito da tutta una serie di storie successive che hanno portato ad uno sviluppo della problematicità del personaggio e ad un approfondimento delle tematiche più serie legate al figlio di Kripton ma che allora ben si adattava a quest’immagine in cui si oppone con tutta la sua forza (e la sua spavalderia) ai colpi del suo futuro assassino.

Devo però ammettere che, pur nella sua estrema e banale retorica, vedere un eroe che rimane fermo davanti ai colpi violentissimi del cattivo e che si erge ad estremo difensore di tutto quello che è bello-buono-giusto, a me solletica corde celate in profondità e fa commuovere come fossi un ragazzino quasi imberbe. E così inevitabilmente, se sento parlare di Superman, è questa la prima immagine che mi viene agli occhi, anche se sono costretto ad ammetterlo con un pizzico di vergogna.

Alan Moore credo non abbia bisogno di presentazioni e credo sia altrettanto ovvio che non poteva mancare il suo contributo nella creazione del mio panorama fumettistico e culturale. V for Vendetta mi ha regalato giorni interi di approfondimento e di pensieri con una semplice immagine e poche parole a completarla.

Trovo davvero magnifico come le linee essenziali e pulite di Lloyd si adattino alle parole sintetiche di Moore nel descrivere l’atrocità del conflitto atomico che devasta il pianeta. In questa situazione il pensiero degli autori è diretto a farci capire come la follia dell’uomo porti con sé nel baratro della distruzione il mondo intero, rappresentato dagli animali africani che “non ci sono più” ed al tempo stesso come tale terribile verità sia evidente agli occhi di una bambina (“avevo solo sette anni”) mentre viene completamente ignorata dagli adulti. Inevitabilmente dalla prima volta che ho letto il fumetto mi rimane impossibile non tornare a quelle parole ogni qual volta vengano nominate guerre e disastri globali ed è meraviglioso a mio parere il modo in cui viene resa tutta la devastante atrocità della violenza senza minimamente rappresentarla ma anzi immortalandola – sublime contrasto psicologico – con l’aspetto di un sorridente elefantino di pelouche.

Parlando di Moore non è possibile non citare Watchmen, opera di valore assoluto, ricca di molteplici spunti di discussione e che affronta svariati temi dalla gestione dei poteri dei supereroi alla liceità del decidere sul futuro degli altri; è in assoluto insieme a Sandman l’opera a mio parere più ricca di insegnamenti e più foriera di sempre nuovi stimoli e motivi di discussione ad ogni rilettura.

Senza nulla togliere al valore degli argomenti trattati in modo più esplicito, l’immagine che più mi è entrata nel cuore e nel cervello è però quella in cui il Comico per un attimo si tradisce e si lascia sfuggire di essere il padre di Laurie, scena legata indissolubilmente anche alla sequenza della presa di coscienza della ragazza di questa terribile verità. In una serie di tavole che ricordano una seduta di psicoanalisi in cui non si capisce neanche bene chi sia il dottore e chi il paziente, il mondo della donna ma anche quello del Dottor Manhattan, e di conseguenza di tutta l’umanità, viene stravolto e ci rendiamo conto di come anche di fronte al rischio della distruzione di tutto il creato alla fine sia il nostro piccolo mondo privato, la nostra personalissima storia, ad essere davvero importante per dare un senso alla nostra esistenza; ed al tempo stesso Moore sembra però dirci che sono proprio queste apparentemente insignificanti esistenze a dare poi una direzione, che può anche essere salvifica, alla Storia dell’universo e che tutto questo può però avvenire solo attraverso l’accettazione cosciente di quello che siamo, proprio come avviene a Spettro di seta che accetta di non rigettare più quella verità che in fondo già sapeva.

Ho sempre ammesso che i miei supereroi preferiti sono i Fantastici Quattro ed in particolare quelli di John Byrne; in loro ho sempre ritrovato quel candore tipico della fiducia illimitata nell’uomo e nella sua capacità di dare il meglio di sé per un bene superiore e comune e devo dire che proprio questo modo di intendere la vita è quello che ho cercato di seguire in ogni mia decisione. Se quindi l’affinità d’animo con i FF sia la causa del mio amore per loro, o se invece proprio il mio amore per tali eroi abbia poi influenzato le mie scelte di vita spingendomi ad assomigliare il più possibile a loro, sarebbe argomento di lunga e temo noiosa discussione; evito allora di dar seguito alla questione e mi limito a ripensare, sospirando, a quanto erano belle le storie del mio quartetto preferito negli anni ottanta fingendo di ignorare lo scempio che ne hanno fatto altri autori da dopo Byrne appunto fino ai giorni nostri…

I Fantastici Quattro sono una famiglia e come tale sempre li ho considerati; è quindi ovvio che una delle immagini che li identifica per me sia quella di un momento intimo, slegato dal contesto spaziale e fantascientifico in cui si muovono solitamente. Ma pur essendo un momento di dramma corale, ossia la perdita del secondogenito di Susan e Reed, Byrne opta per una tavola che getta tutto il dolore, e forse anche la responsabilità, sulle spalle dell’uomo più intelligente del mondo che, non essendo riuscito a salvare sua moglie senza sacrificare la vita del bambino, viene disegnato come in fondo ad un pozzo nero di disperazione che lo circonda da ogni lato. Ho netto il ricordo di quello che pensai dopo aver letto quel numero dei FF e di come i miei sentimenti fossero un misto di rabbia e di dolore per il fallimento di quello che sempre avevo visto come l’invincibile risolutore di ogni problema… solo con il passare degli anni mi sono reso conto di quanta umanità e di quanti insegnamenti sull’essere uomo, e quindi fallibile, ci fossero in quella vignetta dai bordi neri.

E sempre con i Fantastici Quattro mi sento di dover concludere questa lunga chiacchierata sulle immagini che mi hanno condizionato la vita… in questo caso il protagonista è Ben Grimm, la cosa, il mostro la cui vita è stata forse rovinata, certamente cambiata, dall’ottenimento dei suoi poteri.

Un eroe di cui tutti hanno paura e forse anche un po’ di repulsione ma del quale non esitano a servirsi in virtù della sua forza e della sua disponibilità ad aiutare; chi lo conosce da sempre, come Susan, sa che la sua nobiltà d’animo non è mai venuta meno nonostante le difficoltà che ha dovuto attraversare ma mi piace come in questa occasione Ben lo abbia giustamente ribadito: lui è la Cosa, un eroe, una persona e non una roccia priva di anima; di roccia è solo fatto il suo aspetto esteriore.

Un ennesimo insegnamento a non limitarsi alle apparenze ma a scrutare dentro agli eroi, nelle loro anime; quasi un sottile invito a non guardare solo all’aspetto semplice di ciò che si legge – i fumetti – ma a badare più a quello che sanno insegnarci. E dal grandissimo Chris Claremont, cantore della speranza qui alle prese con la sceneggiatura anche dei FF, non potevamo aspettarci nulla di meno.

Cercare di mettere ordine nei miei ricordi di bambino è stato, come sempre, un viaggio a volte complicato per riuscire a trovare quello che cercavo ma inevitabilmente ricco di commozione; è stato proprio come ritrovarsi davanti il ragazzino che ero, guardandolo con gli occhi del quasi vecchio che sono… in alcuni momenti ho sentito forte la tentazione di urlarmi di lasciar stare tutti quei giornaletti e di essere meno ingenuo e più furbo ma alla fine è prevalso il riconoscimento di essere più che soddisfatto della persona che sono diventato e che per il raggiungimento di tale meta non posso davvero negare l’importanza anche di quei disegnini che ho voluto condividere qui con voi. Spero di aver fatto venire voglia a qualcuno di intraprendere il suo personale viaggio di riconquista dei valori trasmessi dalle letture giovanili; in questo modo, se non altro, si può trovare un divertente modo di trascorrere le serate, smontando librerie dimenticate in soffitta od in cantina oppure andando a cercare a casa dei genitori cartoni pieni di fumetti, dimenticati da anni chissà dove… in questo modo almeno lascerete per qualche tempo tranquilli figli, mogli, amanti ed animali domestici che non saranno costretti come al solito a sentirvi sproloquiare di graphic novel, sceneggiature, contrasti cromatici ed uso dell’ombreggiatura nel disegno in bianco e nero. Perlomeno a me è capitato così (e la mia famiglia ha ottenuto finalmente un po’ di serenità…).

Il Candido Umberto

  • Sandman. Il rumore delle sue ali. Neil Gaiman, Mike Dringenberg, Malcom Jones III
  • Sandman. Tre settembri e un gennaio. Neil Gaiman, Shawn Mc Manus
  • Daredevil 282. Aureole incriminate. Ann Nocenti, John Romita jr
  • The incredible Hulk 344. Vittoria di Pirro. Peter David, Todd Mc Farlane
  • Enigma. Peter Milligan, Duncan Fegredo
  • X-Men: Guerre ad Asgard. Chris Claremont, Arthur Adams
  • La morte di Superman. Dan Jurgens, Brett Breeding
  • V for vendetta. Alan Moore, David Lloyd
  • Watchmen. Alan Moore, Dave Gibbons
  • Fantastic Four 267. Una piccola perdita. John Byrne
  • Fantastic Four vs. X-Men 4. Chris Claremont, Jon Bogdanove

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