L’insostenibile leggerezza del mitra, ovvero perché salvare il Punitore

Il fatto in due parole: Marvel Comics si ritrova in un vespaio di polemiche dopo gli assalti a Capitol Hill in quanto frange eversive di estrema destra, suprematiste e xenofobe avrebbero erto il Punitore – e loghi connessi – a simbolo delle loro idee d’odio. 

Non è la prima volta, tra l’altro. Anche la polizia e l’esercito, soprattutto fra i reparti che fanno della militanza fanatica un vanto, lo hanno elevato a loro fregio rappresentativo, tanto da volerlo rendere l’incarnazione del movimento Blue lives matter, in opposizione al Black lives matter.

Le scomposte proteste elevatesi dalle educande della rete si spingerebbero fino a richiedere la soppressione delle pubblicazioni dedicate al Punitore. 

Orbene, sarebbe bastevole già una superficiale esegesi delle opere dedicate a Frank Castle per comprendere la frivola insussistenza dei motivi fondanti la richiesta e, anche e soprattutto, per intendere come non si possa operare alcuna forma di censura uniformata alle scelte di minus habentes alla ricerca di un vessillo.  Sarebbe bastevole, certo, ma esiste più d’una ragione per la quale la Casa delle idee dovrebbe ignorare bigotte proteste ammantate di nobiltà d’animo.

In primo luogo ogni opera intellettuale, una volta prodotta, smette – in senso lato e non economico – di appartenere a chi l’ha scritta. Diventa parte di chi ne fruisce; ed ogni lettore legge sé stesso, proiettandovi le proprie esperienze, i propri strumenti culturali e – in certi casi – i propri desiderata.   

Ne discende che tutta la produzione umana possa essere artefatta, piegata e distorta agli scopi di chi se ne avvale. In buonafede o in malafede, consapevolmente o inconsapevolmente, lucidamente o con fare farneticante. 

Come se non bastasse, il personaggio creato nel 1974 da Gerry Conway, Ross Andru e John Romita Sr.  non è mai stato elevato a modello, anzi. È un elemento patologico e disfunzionale della società, una rappresentazione grottesca del male che genera male, la metastasi di una giustizia ingolfata, corrotta e paralizzata che genera il giustiziere senza bilanciamenti morali, senza processi e procedure. 

Giudice, giuria e boia, arbitro in terra del bene e del male, interprete di un mondo colmo di sfumature di grigio, visto solo sotto il filtro del bianco e del nero. 

A coronamento dell’ultima riflessione, la deformità della mente del Punitore emerge ancor più netta quando si confronta con la moralità inflessibile di altri personaggi, come Spider-man e Daredevil, spesso – e non a caso – accostati all’ex marine. Un controcanto sincero e leale sull’eroismo, finalizzato a colmare e combattere le storture del sistema, non a sostituirvisi. Ogni uomo sano di mente, infatti, si guarderebbe bene dallo scrutare a lungo nell’abisso per evitare che l’abisso guardi dentro di lui, di combattere i demoni rendendosi esso stesso un mostro. 

Esiste, inoltre, un’argomentazione storica e sistematica che impone l’assoluta inutilità di ogni passo indietro della Marvel. Il Punitore esisteva “prima di sé stesso”, ispirato alla serie The Executioner, nata negli anni sessanta dalla penna di Don Pedleton, ed esiste “intorno  a sé stesso”, in ogni rappresentazione narrativa della vendetta. 

Il messaggio del Punitore, quindi, è affascinante, certo, ma mai condivisibile se non per menti semplici, convinte che bene e male possano separarsi con un colpo netto di mannaia. Non per nulla attecchisce in intelletti confusi, che non posseggono la sensibilità di cogliere le letture che vanno oltre il tenore letterale. 

Guardando all’allegoria – infatti – il Punitore è il sonno della ragione che genera mostri ed un monito all’apparato giudiziario, che deve sempre agire, rigenerarsi e mondarsi autonomamente per evitare il giustizialismo militante di cui Frank Castle non è altro che un’anomala e solitaria declinazione. 

Per dirla come Garth Ennis, quindi, nessuno sosterebbe che la bandiera americana sia un simbolo fascista, eppure i manifestanti di Capital Hill si ritengono strenui difensori dell’integrità degli Stati Uniti d’America dalle forze centrifughe. Ma si sa, quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.

In definitiva, lunga vita al Punitore, perché la censura renderebbe ancora più oscuro ed affascinante – in quanto proibito – un messaggio volutamente deforme e grottesco, veicolato per puro intrattenimento e con finalità di critica sociale, ed in quanto livellare la produzione culturale ad un esercito di deliranti energumeni analfabeti è un gioco a perdere, in cui perdiamo solo noi.

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