Li troviamo solo quando sono morti

Se potessi scegliere, preferirei immaginare Al Ewing come un fan sfegatato dei Nomadi, piuttosto che di Nietzsche. Lo vedo legarsi una fascetta da concerto alla fronte, alzare lo stereo a palla e gettarsi a capofitto nella stesura di questo nuovo, nuovissimo “Li troviamo solo quando sono morti”, accompagnato dalla voce di Daolio.

Questo fumetto, edito negli Stati Uniti da BOOM! Studios e portato in Italia da Edizioni BD ha fatto letteralmente il botto in patria, andando non so quante volte in ristampa ed attirando, già da qualche mese, la mia attenzione. Merito non solo di un Ewing sulla cresta dell’onda, ma anche di un Simone Di Meo da fuochi di artificio.

Comunque avevamo ipoteticamente lasciato il nostro barbuto Al, che cantando a squarciagola questa hit italiana dei tempi che furono, veniva folgorato da un dubbio: se un dio è morto, cosa ci facciamo col cadavere? O meglio: cosa ne farebbe una futuristica civiltà umana che ha conquistato lo spazio ed i viaggi interstellari? Ovvio, ne trarrebbe delle risorse. Questo è in poche e vaghe parole il tema portante sul quale si poggiano le vicende dei protagonisti. Non voglio dire troppo al riguardo, perché ritengo che l’attesa e la scoperta, in questo tipo di storie, siano buona parte del piacere della lettura.

Lo spunto non è certo nuovo, e lo abbiamo visto condito e servito in varie salse, sia fumettistiche, sia cinematografiche, ad esempio con la non troppo anziana saga di Pacific Rim. Ma a farla da padrone, è sicuramente la parte dedicata all’intreccio che lega i (pochi) personaggi della vicenda.

Ewing è un dannato chirurgo. Metodico, preciso, di una pulizia nella narrazione che a volte sembra quasi fredda per quanto scivola via senza attriti. È una sua peculiarità, che nemmeno in questo caso sembra venir meno: arrivando alla fine di un suo fumetto ho sempre l’impressione che non ci siano stati tentennamenti nella stesura, che la trama sia andata esattamente come doveva andare, non vengo quasi mai distratto da frasi ad effetto o particolari costruzioni arzigogolate, è tutto incastrato come fosse una fine opera di falegnameria giapponese (e se non conoscete la falegnameria giapponese, andate a cercarvi qualche video su youtube per capire di cosa sto parlando). A tratti forse mi è mancato il modo di provare maggiore affezione verso i personaggi ed è forse questo lo scotto da pagare per una lettura così scorrevole.

Ma se dovessi scegliere chi, nell’accoppiata artistica di questo fumetto, è il leone – sono sincero – non avrei dubbi. Di Meo è in una forma galattica. Che il suo stile sia fresco, è cosa risaputa. Ma in questo specifico caso sono stato colpito da un particolare, cui inizialmente non avevo dato particolare peso, ovvero la difficoltà intrinseca che un prodotto del genere si porta dietro: c’è molto dialogo in ambienti angusti – gli abitacoli delle astronavi – e ho pensato a quanto possa essere stato snervante per il disegnatore eliminare la sensazione di staticità e di ripetizione. Un lavoro doppio posso supporre, che merita un plauso enorme, perché in una trama che non viaggia a velocità ipersoniche, c’è movimento ovunque. Anche grazie ai colori sempre dello stesso Di Meo, i quali fra fluo accesissimi e saturazione alla Blade Runner, inventano o reinventano uno stile neo cyber, attualissimo ma pure assonante con il clima che amiamo ricordare, di un certo tipo di fantascienza.

Rimane il fatto che, della scuola italiana di disegnatori, si può solo essere orgogliosi.

Tirando la linea sotto la quale mettiamo le somme, questo primo volume di “Li troviamo solo quando sono morti”, è una piacevolissima lettura e che, lo dico oggi quindi segnatevelo, rimarrà pietra miliare nella definizione estetica di questo genere di ambientazioni per almeno il prossimo decennio.

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