Daredevil

Diavolo custode

Ci sono storie in cui è più facile vedersi riflessi come in uno specchio; ci sono scrittori CHe con la loro arte riescono a raccontare perfettamente quello che tu provi; ci sono disegnatori che sanno immortalare ogni scena descritta con immagini indimenticabili… e quando questi tre miracoli si incontrano, il risultato diviene di diritto un classico imprescindibile. Questo è ciò che si trova davanti il lettore di “Diavolo custode”, capolavoro sceneggiato da Kevin Smith e disegnato da Joe Quesada in cui muore Karen Page.

A scanso di equivoci ho subito messo le mani avanti su quale sia il MIO riflesso nello specchio, quello che mi spinge ad amare questa dolorosissima storia del Diavolo; tanti sono però i motivi in più per apprezzare questo ciclo di una decina di episodi pubblicati quasi venticinque anni fa, considerando gli spunti di approfondimento e gli argomenti di discussione offerti dalle tavole degli autori.

Non è un caso che l’origine di tutte le disgrazie raccontate in questa storia sia Mysterio ossia un personaggio che sfrutta le illusioni per confondere le persone; sottilmente viene così evidenziato come l’interpretazione dei fatti, portata avanti esclusivamente secondo il nostro punto di vista (ciò che vediamo), sia quasi sempre fallace e sicuramente, nella migliore delle ipotesi, egoistica. Questo concetto emerge prepotentemente nel colloquio tra Matt e Natasha quando la donna lo invita a “ritrovare la sua anima” analizzando il suo rapporto con le donne ma sostanzialmente con il suo modo di vedere appunto la realtà di ogni cosa. E prima ancora lo si trova nelle parole scambiate da Devil con Spiderman: i diversi modi di giudicare i fatti acquisiscono un’importanza enorme ma sono soprattutto la capacità e la volontà di confrontarsi con gli altri prima di trarre conclusioni su cui basare la propria vita a diventare essenziali per il percorso di crescita personale dei personaggi.

Kevin Smith, sceneggiatore di queste storie, viene dal mondo del grande schermo; regista talentuoso, riesce a trasmettere, con il suo gusto nello scrivere, emozioni intense. Il modo di raccontare risente molto dello stile cinematografico fatto di sapienti alternanze di momenti d’azione e di fasi più introspettive. Il lettore riesce a seguire agevolmente entrambi gli aspetti della narrazione senza che uno prenda il sopravvento sull’altro.

Forse proprio a questa sua caratteristica si potrebbe imputare un aspetto che reputo essere l’unico difetto della storia ovvero quello di essere stata concepita in modo da esaurirsi troppo in fretta con una tempistica paragonabile a quella di un film che deve comunque concludersi in un tempo limitato pur avendo fornito numerosi motivi e tematiche meritevoli di un approfondimento molto più ampio… ma questa, lo ripeto, è opinione mia personale e come tale dunque dovrebbe ricercare un confronto con altre che sostengano il contrario (altrimenti ben poco tesoro avrei fatto di quanto letto nel fumetto stesso… ).

Fare la cosa giusta. Questo è il concetto che pare essere il fondamento delle azioni di tutti i personaggi e che pare monito e consiglio per il lettore anche quando tale ricerca ottiene come risultato addirittura le conseguenze peggiori per chi agisce; proprio in questa ottica deve essere vista la conversazione sui tetti tra Devil e l’Uomo Ragno, in cui Peter offre a Matt la lettura forse più corretta dell’intera vicenda ossia che alla fine la vita della bambina è stata salvata.

Queste parole mi hanno ricordato tantissimo un altro discorso molto intenso, pronunciato da un personaggio iconico del mio personalissimo olimpo ispirativo: Doctor Who. Durante l’episodio “La caduta del Dottore” (decima stagione) il suo monologo su cosa lo spinga ad agire nonostante gli esiti delle sue azioni possano essere infausti per la propria incolumità richiama in modo evidente le argomentazioni lette nel fumetto Marvel. 

Piccolo inciso: è comunque sempre bello vedere come in quasi tutti i momenti più importanti dei fumetti o dei film che rimangono nell’immaginario dell’universo nerd siano presenti insegnamenti e stimoli a riappropriarsi di quei sentimenti e pensieri che spingono ad essere persone migliori nel mondo reale.

L’inizio della storia vede un Matt Murdock avvolto dalle tenebre; gli sfondi delle tavole e la luminosità delle singole vignette sono spesso neri, a suggerire proprio come il protagonista si trovi al buio non solo reale ma anche metaforico, laddove forse solo la croce potrebbe fornire un po’ di luce. C’è proprio una vignetta che ci suggerisce questo pensiero, anche se poi più avanti lo stesso simbolo religioso si dimostrerà essere veicolo di disturbo e di inganno per Devil.

La presenza della religione è costante per tutto lo svolgimento della storia; indubbiamente il personaggio di Devil, con il suo aspetto demoniaco e con la storia di sua madre, è quello che maggiormente ha collegamenti con i temi religiosi o teosofici più in generale. Questa caratteristica permette anche di affrontare con maggior intensità quegli argomenti più sottilmente filosofici quali i discorsi su etica e morale che proprio nelle narrazioni del Cornetto trovano spesso gradita dimora; non è un caso che spesso i migliori cicli narrativi di Devil vedano i protagonisti in preda a dubbi e crisi spirituali e morali che si riversano poi nel loro modo di considerare la vita, comportandosi di conseguenza.

Una scena in particolare suggerisce motivi di riflessione legati alla religiosità: ad un certo punto della narrazione il “Diavolo custode” riesce a salvare la bambina da una caduta potenzialmente letale – e causata proprio da lui, peraltro – aggrappandosi con il suo bastone ad una croce di pietra che gli permette di atterrare davanti alla chiesa dove vive sua madre e di affidarle la neonata. Evidente risulta il rimando alla funzione salvifica della Fede anche e soprattutto nei momenti di minor lucidità della mente, quando il sonno della ragione sembra generare mostri della peggior specie.

E numerosi sono anche i riferimenti grafici alle Pietà marmoree della tradizione cattolica che vengono richiamate nelle tavole in cui Devil viene soccorso dalla madre suora dopo aver salvato la bambina oppure ovviamente nella vignetta in cui abbraccia il corpo ormai morto di Karen, formando un triangolo il cui vertice è una croce che sembra osservare i due corpi stesi alla base. 

Non è comunque superfluo notare che però tutti questi richiami religiosi non spingano ad un’interpretazione marcatamente cattolica della vicenda ma servano a fornire uno dei molteplici punti di vista sugli avvenimenti; certamente sensibile alla presenza del sacro è quello di Matt che, dati i trascorsi personali, non può esimersi dal vedere un aspetto religioso in quanto gli accade ma al tempo stesso vi è una visione totalmente laica degli avvenimenti per gli altri personaggi, non facendo parte il misticismo del loro modo di vedere la vita. Ed anche in questo modo viene ribadita l’importanza del confronto e dello scambio di opinioni tra i vari personaggi in modo da ottenere un’interpretazione più precisa ed approfondita di quello che può essere definito realtà.

Al contempo, forse proprio per contrastare questi aspetti più religiosi, in molte tavole traspare un forte richiamo alla fisicità, si potrebbe quasi dire alla carnalità, con immagini di letti disfatti o con le forme provocanti dei personaggi o, ancora, con la storia stessa del tradimento di Foggy. Viene così presentato un modo molto più concreto di pensare e vivere senza retaggi religiosi e che esprime le proprie opinioni attraverso le parole della Vedova Nera o dell’Uomo Ragno, persone prive di un passato da credente ma non per questo senza etica e morale. 

Una tale quantità e profondità di argomenti non potevano certo essere affidate alle matite di un disegnatore qualsiasi ed infatti a trasporre su carta le idee di Smith è Joe Quesada, amico dello scrittore ma soprattutto artista di punta della Marvel di fine secolo. Le sue matite precise e dettagliate ma soprattutto la sua capacità nello sviluppare la storia attraverso la disposizione delle tavole e delle singole vignette al loro interno, hanno contribuito a rendere “Diavolo custode” una pietra miliare di Daredevil, al livello dei cicli di Miller o della Nocenti, tutte storie in cui l’alto valore della sceneggiatura è pareggiato dalla resa grafica dei disegnatori.

Linee morbide e cariche di tensione e dinamismo trattenuto accomunano le rappresentazioni di tutti i personaggi ed ogni tavola risulta satura di un’energia sempre sul punto di esplodere. Incantevoli sono anche le illustrazioni usate come sfondo di alcune delle prime tavole che richiamano dichiaratamente le opere di Gustave Dorè e di un altro maestro del disegno, il giapponese Go Nagai e le loro interpretazioni dell’inferno dantesco; già attraverso esse Quesada offre spunti di riflessione e indicazioni sulla storia narrata ed allo stesso tempo inquadra graficamente e metaforicamente gli inferi in cui i personaggi si trovano ad interagire tra loro.

Molti sono i richiami alla tradizione di Devil anche dal punto di vista della resa artistica dei disegni; l’autore ad esempio ricorda con la sua rappresentazione di inferno bianco l’aspetto degli inferi già vista con Romita Jr e non dimentica di omaggiare anche il grandissimo Frank Miller con una serie di vignette in cui in primo piano compare una pistola, citazione sottile della roulette russa fatta proprio con Bullseye alla fine della saga di Elektra.

In una narrazione che parla di morte della persona amata non stupisce ritrovare una delle immagini più dolorose della storia del fumetto Marvel. La vignetta della morte di Gwen Stacy, raccontata in prima persona da Peter e disegnata da Quesata richiama in tutto l’originale, con uno sviluppo verticale del disegno, mantenendo però la sua originalità includendo nella scena tutti i protagonisti della tragedia.

 Ed è anche interessante vedere come il disegnatore sia molto abile nel sottolineare lo sviluppo dinamico della narrazione con serie di vignette a prolungato sviluppo orizzontale passando invece a quelle ad andamento verticale quando la storia suggerisce un moto ascendente o discendente (soprattutto in senso metaforico).

Le chine di Jimmy Palmiotti accompagnano le matite di Quesada esaltandone come sempre le qualità e contribuendo a creare un’atmosfera cupa ed opprimente senza però togliere luce alle tavole ed anzi accentuandone la luminosità giocando sui contrasti. Anche i colori degli Avalon Studios hanno una grande importanza nello sviluppo della storia; tutti i toni sono orientati su tinte cupe e scure, in sintonia con il clima del narrato. La prevalenza delle ambientazioni è di notte oppure in giornate di pioggia in cui la luce solare fatica a farsi strada; solo alla conclusione della vicenda si ritorna a vedere un cielo azzurro ed assolato, ulteriore evidenza della risoluzione positiva di una vicenda nata quasi come fine del mondo.

Infine è arrivato il momento in cui devo guardare in quello specchio citato all’inizio ed affrontare la morte di Karen Page.

Dal punto di vista narrativo è stata condotta in modo magistrale con una comparsa improvvisa ed una altrettanto spettacolare fine, dopo aver ulteriormente sconvolto la vita del protagonista, per mano di uno storico avversario di Devil che, tra le altre cose, si conferma avere una passione particolare per uccidere le donne amate dal povero Matt… 

A proposito della morte di Karen due aspetti della traduzione italiana in questa storia mi hanno particolarmente incuriosito. Come prima cosa l’oggetto con cui Bullseye la uccide è il bastone (club in originale) che Devil usa per combattere ma viene definito dall’assassino “mazza”; sono convinto che questo termine giochi volutamente con un doppio senso sessuale che anziché banalmente volgare risulta essere invece perfettamente calzante data la storia personale della donna e quindi impreziosisca enormemente il dialogo dei protagonisti. Invece poche pagine dopo la traduzione delle parole “she’s gone” con “muore” mi ha lasciato insoddisfatto ed avrei preferito fosse resa con “se n’è andata”. Motivo di questa mia osservazione non è solo un gusto personale ma la somma di diverse considerazioni su quello che Karen rappresenta per Matt Murdock e su ciò che gli ha fatto.

 Da sempre grande amore del protagonista ha infatti catalizzato su di sé numerosissime disgrazie che si sono poi riversate sull’eroe cieco devastandogli realmente la vita. E’ Karen che nel periodo della sua tossicodipendenza rivela l’identità segreta di Devil permettendo a Kingpin di distruggere l’esistenza di Matt ed è sempre lei ad abbandonarlo nella disperazione quando sceglie di andare a lavorare a Los Angeles (anche il nome della città è agli antipodi del “diavolo”); sempre le decisioni della donna tendono a lasciare al di fuori della sua vita il biondo avvocato che finge di farsene una ragione ma in realtà soffre per il non sentirsi ricambiato in modo completo nei suoi sentimenti verso di lei. Inoltre la stessa Karen non riesce a rimanere salda nella decisione presa, tornando tra le braccia dell’uomo ogniqualvolta si trova ad affrontare una qualsiasi difficoltà. Eppure Matt rimane legato a lei da un sentimento così forte da rendergli difficile costruire anche nuovi rapporti affettivi, come neanche troppo velatamente gli rinfaccia la stessa Vedova Nera nelle pagine proprio di questa storia; ciò che unisce i due personaggi è una forma di amore tossico, una dipendenza reciproca che forse solo l’allontanamento tra loro potrebbe risolvere. Proprio questo è il motivo della mia preferenza lessicale poiché l’andarsene implica una scelta volontaria e matura mentre il morire ha più il sapore di causa esterna, verrebbe quasi da dire di deus ex machina, per risolvere una situazione altrimenti inestricabile. Ed invece credo che la guarigione dai problemi affettivi di Matt debba essere appunto un processo di scelta così come potrebbe forse essere interpretato quello fatto da Karen per rendersi finalmente matura ed autonoma nelle sue decisioni, assumendosene anche le più estreme conseguenze.

E quindi… 

…penso che nella vita di molti sia capitata una (o un) Karen Page e che proprio per questo sia tanto difficile non essere colpiti nel profondo dalle vicende narrate da “Diavolo custode”; perché “ci sarà sempre qualcuno che, nonostante tu non voglia, sarà sempre la tua debolezza; se ti sorride, tu sorriderai, se ti parla tu risponderai e se ha bisogno di te, tu continuerai ad esserci.”

Ma che alla fine, anche se non lo vorrai, uscirà dalla tua vita, forse proprio a causa tua; per colpa di una “mazza” o di troppe parole non dette. Anche se sei un eroe mascherato.

C.P.    10/09/2017 – 22/12/2021            Indimenticabile 

Recensione de Il candido Umberto

Daredevil: diavolo custode        Kevin Smith Joe Quesada     Panini Comics    20 euro

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