Il colore venuto dallo spazio

Paura e delirio lungo la linea temporale

Mi manca il tempo.

La mia ed immagino la vostra vita è lanciata su questi binari che non passano per nessuna stazione dove si corre e basta e le informazioni diventano più strette e più sottili perché il loro lavoro è solo bucarti e trovare i nervi e mi ricordo di quando ANF ANF quindici anni fa si parlava di microinformazione che fosse il futuro e che all’epoca era una cosa wow quanto è asciutta quell’informazione è bellissima e allora corro pure scrivendo così correte pure voi leggendo e lascio per strada la punteggiatura perché devo sbrigarmi ché come vi dicevo mi manca il tempo nel senso materiale che proprio ho millemilacose da fare e non PANT PANT so quando farle ma mi manca pure in senso sentimentale e nostalgico tipo ti ricordi che bello quando avevamo tempo invece di adesso che devi scartare tutto in fretta e lasciare per strada la punteggiatura e mi immagino ridendo l’incazzatura del Candido Direttore che deve correggere e non sa dove mettere mano e allora magari state pensando ma te mica sei Joyce e no grazie non sono Joyce tutt’al più sono Flamio quando non vado troppo veloce da scordarmelo cercando di non sembrare autoreferenziale ma poi per inciso autoreferenziale de che se parlo io parlo di me boh non ne sono sicuro che si possa parlare di altro che di se stessi anche quando si parla d’altro però stringe il tempo e lo spazio magari lo lasciamo per un’altra volta ANF e poi nel frattempo sto leggendo l’Omnibus del Flash di Waid per colpa di Mauro Uzzeo che ce ne ha parlato con talmente tanto ardore che alla fine l’ho comprato anzi me lo sono fatto regalare e devo leggerlo si ma quando che il tempo è lo stesso di prima e mi fa ridere che non ho il tempo di leggere le storie di uno che si muove alla velocità della luce forse dovrei rimandare intanto devo fare velocemente questa cosa di scrivere de Il Colore Venuto Dallo Spazio che è un po’ che ci giro attorno però no. No.

No.

Abbiamo davvero bisogno di rallentare. Tutta questa storia che ogni momento conta, ha rotto. Abbiamo bisogno della nostra pigrizia, abbiamo bisogno del “tempo necessario per sprecare un momento”. O più d’uno. Di leggere libri osceni, di sorridere di fronte a film ridicoli, di scuotere la testa sfogliando fumetti senza capo né coda. E di parlarne assieme. Non serve andare veloci come il pensiero, soprattutto visto che la velocità del pensiero, è estremamente sopravvalutata. Gli serve tempo per sedimentare, per essere metabolizzato, per evolversi e mettersi in contatto con tutte quelle altre poltiglie biologiche che compongono il corpo umano, tipo arrivarvi allo stomaco, o farvi drizzare i peli dietro la nuca. A me servono quei minuti considerati “preziosi” per cercare di dimostrarvi che forse non sono così sconnesso come potrebbe sembrare e a voi servono per leggere, se ne avrete voglia, e cercare di capire se sia solo tutto un bluff di uno che non sapeva cosa scrivere. 

Le storie – tutte le storie, comprese quelle delle nostre vite – hanno un ritmo. Siamo abituati a riconoscerne, senza stare a ragionarci sopra, i meccanismi e la struttura ritmica a colpo d’occhio. A volte perché la trama richiede con forza di essere stesa con quelle specifiche caratteristiche di progressione, risultando di conseguenza aderente ad un genere specifico, altre perché l’autore, sempre con forza, imprime l’andatura per far si che possa essere percepita appartenente sempre ad un genere. In entrambi i casi, un elemento non può essere fuggito: l’emozione che si vuole suscitare è legata ai BPM. Trovandomi nella settimana che abbiamo voluto dedicare a Lovecraft, mi riferirò d’ora in poi specificamente all’Horror, ma sappiate che ritengo il concetto alla base applicabile a qualsiasi altra forma di narrativa.

L’horror ha il compito, indiscutibile, di farvi sbiancare. Di non farvi dormire la notte, di turbarvi e possibilmente (se parliamo di cinema) di farvi dissimulare, davanti alla vostra amata, di avere un coccolone in corso. Uno dei segreti non tanto segreti (per niente segreto) è quello, per l’appunto, di cambiare repentinamente i battiti per minuto, stimolando la vostra condizione fisica. In uno stato tensivo, di totale attenzione ed allerta, un cambio di passo immediato (i momenti che in inglese vengono definiti “jump scare”) arriverà dritto ai vostri ricettori come un calcio sui denti, provocando il desiderato spavento. 

Farlo con un libro, è molto più complesso: non si può alzare improvvisamente il volume, non si può sperare che il lettore legga più velocemente un determinato stralcio, quindi bisogna costringerlo all’angolo in una maniera differente. Il grande dono di Lovecraft è stato quello di generare terrore sfruttando la cadenza degli elementi, fortemente saldi su una mitologia fatta di inquietudini, più che di sangue. Non è un caso che i suoi protagonisti giungano al punto di rottura mentale, finendo per uscire fuori di melone, più che cedere fisicamente (non che manchi truculenza nelle sue opere, ma non è quello che salta all’orecchio). Non potendo contare sul salto dalla sedia cinematografico, od almeno quello che intendiamo noi, la costruzione delle paure deve essere costante, come un suono di fondo che non cessi mai. Molto distante da un tipo di scrittura moderno come quello dell’altro Maestro dell’orrore, Stephen King, che invece risulta estremamente contaminato e che si concede molte variazioni sullo spartito, Lovecraft è “polveroso”. Come un vecchio tomo preso da uno scaffale di chissà quale biblioteca esoterica.  Il che è parte del suo fascino misterioso. 

Da qui, ad arrivare a tirare un film dalle sue opere, non è un passo così breve. Sebbene infatti sia uno scrittore capace di attirare l’attenzione anche solo nominandolo, non è semplice introdurre quel tipo di terrore nello spettatore moderno. Citavo, in apertura, la microninformazione non casualmente: siamo abituati, ormai, alla brevità. E disabituati ai concetti che si sviluppano su archi temporali più lunghi. Le informazioni, di qualsiasi genere, devono essere adatte ai nostri tempi di vita, quindi per radio non potrebbe uscire una nuova Innuendo, oggi. Questa difficoltà si è tramutata in un nuovo genere horror, dove le caratteristiche del mostro di turno non solo devono essere evidenti, ma soprattutto devono stare a schermo il più tempo possibile, virando verso il gore e lo splatter, tralasciando l’importanza dei tempi di tensione di cui si parlava poco più su,in favore di un’informazione diretta che non richieda costruzioni emotive od interpretative articolate. Meno tempo per arrivare al dunque insomma, altrimenti si perde il pubblico per strada. 

Uno degli ultimi adattamenti Lovecraftiani, è stato Il Colore Venuto Dallo Spazio, dove ho trovato evidente questa dissonanza di caratteristiche. Oltre ad essere precursore ed ispiratore sia di opere fantascientifiche che horror, confermando il genio dell’autore originale, la trama rappresenta la massima esponenza di quegli elementi che debbono far parte di un racconto “passivo”, che non vive di apici ammiccanti, ma di un crescendo di “fastidi” che si aggiungono l’uno sopra l’altro, divenendo insopportabili (nel senso favorevole all’obiettivo del genere). Abbiamo innanzitutto dei confini geografici ben delineati e che non possono essere evasi. Già questo, col passare del tempo, rende claustrofobico il contesto. E una. Poi abbiamo le dinamiche familiari, destinate al deterioramento, che è un altro disturbo costante che tanto ha funzionato successivamente in tanti capisaldi. E due. Abbiamo un nemico sostanzialmente visibile ma anche invisibile, che non può essere affrontato normalmente. Diamine, è un colore (in senso lato, ma anche stretto). Che gli vuoi fare ad un colore? Come scappi da un colore? E tre. Sebbene siano previsti dei momenti di evoluzione e di risvolti inaspettati, muscolari, tutto è sistemato affinché la situazione schiacci i protagonisti e possibilmente gli spettatori in modo continuo. La. Continua. Tensione. 

Uno dei problemi incontrati dal film in questione è quello di essere riuscito a cogliere solo parzialmente il senso tragico dell’attesa, lasciandosi prendere la mano negli eccessi della tentacolare purulenza dei mostri, buttati a schermo senza enfasi, in un risparmio di secondi, che come ho detto, dobbiamo scongiurare. La sensazione preponderante è relativa al disgusto e non alla paura, il che non è un bene. 

Prendendo a confronto un film figlio di altri anni – più precisamente di anni in cui ci importava poco e niente di perdere tempo sdraiati su un prato senza stimoli esterni – Il Seme Della Follia, del 1994 (in originale In the Mouth of Madness, facendo il verso a At the Mountain of Madness, racconto del nostro amico H. P.) viene da chiedersi cosa sia andato storto nel passaggio di millennio, per aver smarrito quel senso onirico di raccontare le storie. Se i mezzi possono essere considerati infimi nel film più datato, la regia di Carpenter ripresenta gli stessi identici tratti che sarebbero dovuti essere riprodotti in questo Il colore venuto dallo spazio.

La coscienza di poter dedicare scene marginali al crescendo, come ad esempio la passeggiata terrificante del ciclista in autostrada; un piccolo paese fuori dal tempo dal quale non si può fuggire la consapevolezza di raccontare una storia talmente solida, o meglio, talmente disturbante ed oppressiva, da permettersi di partire con il protagonista già in manicomio e poi procedere a ritroso. Tutte queste pennellate risultano nel quadro di un film che rimane dall’inizio alla fine un tetro presagio, che non sfocia in una vera e propria climax, lasciando lo spettatore in preda alla soffocante sensazione di disorientamento, come fosse un’anticamera di quella pazzia mostrata all’inizio, frutto dell’inspiegabile. Esattamente uno dei temi fondanti di Lovecraft. 

E pensare che appena un decennio fa, c’è stato un periodo in cui sembrava che i racconti, anche sotto forma di serie TV, dovessero scorrere per ore senza dire niente, in un eccesso opposto (estremamente palloso, se volete la mia). Ora siamo settati su orologi da Youtube. È parecchio strano come evolvano in fretta le cose.

È una questione di tempi, sempre, e soprattutto di quei tempi che ci mancano.

Sebbene questo mio, sia un riferimento ad un argomento preciso della narrazione, è pur sempre il pezzo che, nella nostra settimana dedicata a Lovecraft, rappresenta per sommi capi il cinema, quindi in questo brevissimo inciso dirò due parole due su Il Colore venuto dallo Spazio, balzando subito alle conclusioni (anche questo, se vogliamo, dimostrazione di come sia possibile piegare il tempo al proprio servizio). 

Se Nicolas Cage ormai sembra un attore confuso ed approssimativo, non possiamo dire che la pellicola non si impegni. Una onesta e collaborativa colonna sonora condisce momenti che hanno la potenza delle idee, su tutte, assistiamo ad una fusione irreversibile fra due corpi, che si pone nettamente al di là del confine del gusto. Un richiamo grottesco a scene cui siamo disabituati, e che potremmo definire fra il rivoltante e l’indecente: stimolano in noi una reazione piena e quindi, in sostanza funzionano. Così come funzionano i rumori ed il bosco fuori la casa, un torbido connubio simile (lo dico con affetto e stima) a La Casa di Sam Raimi, non a caso altro lavoro che si ispira per l’appunto allo scrittore nato a Providence. Esiste un percorso dei personaggi ed esiste il presupposto dell’incubo. Avrebbe meritato probabilmente più lavoro per definirsi riuscito nella sua interezza. 

In definitiva un film che vive delle sue premesse, senza riuscire a compiere il cerchio come nel caso sopracitato de Il Seme della Follia, ma lasciando spazio al delirio acido di un colore che “non avevamo mai visto”. 

Oh, alla fine lo spazio per leggermi l’Omnibus di Flash, me lo sto prendendo.

Recesuono: One of This Days – Pink Floyd

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